A proposito di Mussolini
22/09/2004 ore: 01:29
Il Mussolini del 1939 e del 1940 non fu quello dei primi anni del regime, ma un dittatore che aveva vinto in Etiopia e in Spagna e preparava adesso una guerra di portata ancora maggiore; fu cioè una personalità che si muoveva sul palcoscenico mondiale, un uomo che già parlava di un’altra guerra, più grande e decisiva, come di qualcosa di positivo e di desiderato. In quel momento, una sua decisione sbagliata poteva avere come risultato la rovina di tutto il continente. E’ quindi importante rilevare come questo capo avesse solo pochi consiglieri di fiducia. Si ritrovò, e con propria personale soddisfazione, un uomo piuttosto solo, anche nell’ambito della sua famiglia. Confessò più di una volta di non aver mai avuto in vita sua un vero amico, neppure fra i compagni di partito. Inoltre, gli piaceva dire di non aver bisogno dei consigli degli altri. Perciò nel fatale 1940 rinunciò a convocare il Gran Consiglio del Fascio (che a partire dal dicembre 1939 non si riunì per più di tre anni), nonostante l’imminente pericolo di guerra e, nonostante che il Gran Consiglio fosse stato creato proprio per fornire pareri come spazio per la discussione: il Duce voleva fare da sé. Nemmeno nel Direttorio del Partito Fascista era possibile trattare argomenti politici. Fatto ancora più grave, neanche nel Consiglio dei Ministri c’era a quell’epoca la tradizione di discutere: di fatto Mussolini arrivava abitualmente alle riunioni del gabinetto dei ministri con l'ordine del giorno già pronto e deciso. Secondo lui, in una dittatura i ministri erano degli esecutori, non dei consulenti. Anche altre pratiche della vita politica erano cambiate nel secondo decennio del regime. Una delle nuove e sorprendenti abitudini vigenti a Palazzo Venezia fu che i ministri dovevano traversare l’immensa sala del Duce a passo di corsa verso la sua scrivania e poi ritirarsi sempre a passo di corso dopo aver preso gli ordini. La scusa ufficiale era che in quel periodo si risparmiavano dieci secondi di tempo al Capo supremo. A ciò non si assoggettarono solo i ministri, ma anche qualche generale, il maresciallo Cavallero, perché la preminenza del Duce doveva essere dimostrata “coram populo”. Mussolini aveva indubbie qualità di politico; altrimenti non sarebbe mai arrivato a diventare un dittatore, né si sarebbe mantenuto al potere così a lungo. Vent’anni sono molti per un primo ministro di qualsiasi paese. Ma la questione che in questa sede mi interessa è piuttosto un’altra: cercare, cioè, nella personalità del Duce quegli elementi negativi di ordine caratteriale e mentale che alla fine hanno fatto crollare il regime e quasi portato alla rovina il paese. Il Mussolini degli ultimi anni, eliminati ormai gli altri centri di potere, parve giunto a credersi quasi infallibile: certamente disponeva di una diminuita capacità autocritica. Nel secondo decennio del regime l’abitudine alle lusinghe e l’ebbrezza da queste ingenerata l’avevano cambiato in peggio, molto in peggio. Già nel 1933 il suo periodico personale, “Gerarchia”, l’aveva definito “l’uomo più grande del mondo”, presentandolo come “una titanica personalità che possiede un’alta magistratura accettata da tutti in Europa”. Pochi mesi dopo, in una frase rivelatrice, Mussolini stesso spiegò: “Voglio la guerra per la guerra, perché noi italiani abbiamo bisogno della gloria militare”. Informò Giuseppe Bottai che stava preparando nientemeno che una guerra “brigantesca” (questa la sua esatta definizione) contro la Gran Bretagna. Aggiunse che la sua idea era quella di cominciarla con la distruzione totale della squadra navale inglese nel Mediterraneo; e la guerra sarebbe finita dopo poche settimane con una vittoria schiacciante per l’Italia. Fra le motivazioni e gli obiettivi della guerra, come spiegò poi al Gran Consiglio, c’erano le mire sulla Svizzera e sulla Corsica e l’annessione all’Italia della Tunisia. Un programma datato 1938, due anni prima dell’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale. Nonostante un tale strafottente atteggiamento, quando nel giugno del 1940 l’Italia dichiarò guerra alla Francia e all’Inghilterra, era ancora praticamente disarmata. Perciò Mussolini ordinò alle sue forze di rimanere sulla difensiva, calcolando che i tedeschi avrebbero in poco tempo vinto la guerra e gli avrebbero fatto guadagnare ciò che chiamava il suo “bottino”, per ottenere il quale non sarebbero stati necessari da parte italiana più di 2.000 morti (la cifra è sua). E’ interessante rammentare come 2.000 morti rappresentassero il prezzo calcolato per l’entrata in guerra dell’Italia. Ciano non aveva mai visto il Duce così felice e trionfalista. Solo pochi giorni dopo arrivò un certo sentimento di disinganno. Mussolini aveva assicurato al paese che otto milioni di soldati sarebbero stati mobilitati “in poche ore”, ma adesso non poteva nascondere che non c’erano armi o uniformi per più di un milione. E non poteva incolpare altri per questa bugia. Tutto il potere era infatti centralizzato nelle sue mani:non era soltanto primo ministro, ma aveva ricoperto a più riprese le cariche di ministro degli Esteri, ministro degli Interni, ministro della Guerra, della Marina, dell’Aeronautica eccetera. E non finiva qui, perché era simultaneamente capo del Partito fascista, presidente di tutte le 22 corporazioni , presidente del Comitato corporativo centrale e della Commissione suprema per l’autarchia; era presidente della Commissione suprema di difesa e comandante generale della Milizia. In più si era concesso il titolo di primo Maresciallo dell’Impero e di comandante delle truppe che operavano su tutti i fronti. Però, volendo controllare tutto, finiva con controllare poco. Ordinò l’organizzazione di un corpo di spedizione per l’occupazione della Gran Bretagna, ma la sua idea di vincere l’Inghilterra in sei settimane risultò effettivamente un’idea un po’ troppo ottimista. Debbo qui sottolineare che fino al 1940 l’Italia non aveva carri armati; l’esercito non aveva artiglieria se non quella della prima guerra mondiale. Mussolini, da ministro della Guerra, spiegò a un ministro inglese che le Alpi erano inespugnabili perché l’Italia aveva… il mitra. La Marina Militare (è vero) era un’arma splendida, ma aveva un punto debole di non poco rilievo, ovverosia la carenza di combustibile. Si sapeva già dell’esistenza del petrolio in Libia, ma, alle prese con tante altre preoccupazioni, ci si era dimenticati di iniziare a sfruttarlo. Oggi è facile riconoscere che il Duce non aveva la capacità di controllare così tante cose. Allora, però, ci si rifugiava nella constatazione che “Mussolini ha sempre ragione”. A peggiorare la situazione fu il suo costume di circondarsi di ministri spesso molto mediocri e di non agevolare la carriera di uomini ambiziosi che avrebbero potuto diventare dei rivali. Un Balbo fu esiliato in Libia, un Grandi all’ambasciata di Londra. Così Mussolini continuava ad illudersi di poter dominare personalmente in tutto. Ad Alessandro Lessona, ministro per le Colonie, confessò che non poteva tollerare iniziative prese da altri, e questo perché “il mio fiuto d’animale non mi inganna mai”. Alcuni non erano d’accordo con quest’affermazione. Guido Leto, capo della polizia, lamentò che il Duce non aveva alcuna idea dei problemi amministrativi: secondo lui, Mussolini, nella sua qualità di pluriministro, usava firmare ordini tra loro contraddittorio –anche in una stessa giornata – poiché non aveva il tempo di leggere gran parte dei documenti presentatigli alla firma. In una frase memorabile, Leto commentò che fascismo era sì una dittatura, ma purtroppo “una dittatura di ricotta”. Secondo un altro capo della polizia, Carmine Senise, Mussolini disprezzava tutti coloro che aveva scelto per le cariche di vertice del regime. Il Duce considerava l’onestà come una cosa secondaria in un ministro. Egli stesso confessò che preferiva non licenziare un ministro di cui fossero state scoperte le malefatte perché qualsiasi sostituto non sarebbe stato migliore e inoltre avrebbe voluto anch’egli costituirsi una propria fortuna finanziaria o incrementarla. In più Mussolini vedeva con favore il fatto che la sua conoscenza delle ruberie ministeriali gli conferisce un utile mezzo di ricatto. E’ un giudizio, questo (che “sia meglio scegliere un ministro non molto intelligente, perché con uno stupido faccio io e non mi dà preoccupazione”), confermato da Alberto de’ Stefani e Francesco Ciarlantini. Non c’è dunque da stupirsi se, tra i collaboratori scelti, troviamo personaggi inquietanti ed inetti. Un esempio è il Conte De Vecchi di Val Cismon, chiamato ad occupare l’importante carica di ministro dell’Educazione, o un Renato Ricci, ministro delle Corporazioni, o addirittura un Carlo Tiengo, un vero pazzo che dopo dieci giorni in carica viene fatto sparire alla chetichella e rinchiuso in un manicomio.
Denis Mach Smith (Laterza, Bari, 2004) |