Gerard Heinz-Mohr, Volker Sommer, "La rosa"
07/10/2004 ore: 18:24
Gli uomini usano poco celebrare “le rose”, molto più spesso contemplano “la rosa” con animo di amante e di appassionato. Forse perché ciascun uomo ha un cuore solo. “Il piccolo principe” di Saint-Exupéry viveva sul suo minuscolo pianeta insieme con una rosa, che egli pensava unica, e quale non fu la sua infelicità allorché scendendo sul pianeta terra s’imbatté in un giardino fiorito di rose. Gli spiegò il mistero una volpe che si lasciò avvicinare, e che per questo divenne improvvisamente unica fra le centinaia di migliaia di altre volpi. Il piccolo principe capisce: gli uomini “coltivano cinque mila rose in un unico e medesimo giardino, e non vi trovano ciò che cercano. E pensare che quel che cercano lo possono trovare in un’unica rosa. Ma gli occhi sono ciechi. Con il cuore bisogna cercare”. Neppure i poeti delle più diverse culture succedutesi nel trascorrere del tempo hanno scelto come argomento esplicito una specie in particolare, ad esempio la rosa “centifolia”, la rosa con cento petali, ma sempre e unicamente “la rosa”. E’ un’esclusiva che è destinata a rimanere pura finzione, tante sono le forme che scorrono lungo i millenni; sicché si profila, sulla linea della dottrina platonica delle Idee, la concezione di una “roseità” assoluta che può concretizzarsi in terra soltanto nella più totale incompiutezza. L’incompiutezza contraddistingue ogni simbolo. Nel mondo antico il ‘symbolon’ era un oggetto di argilla o di legno, un anello, un dado, l’impronta di un sigillo che gli amici, le controparti in un affare, i pellegrini o gli amanti rompevano al momento della separazione; in seguito e in ogni momento essi o i loro incaricati si sarebbero riconosciuti grazie alla perfetta coincidenza dei bordi dei due pezzi. Sul simbolo, che pure ha radici nel tutto e da esso ha origine, è dunque impresso il marchio perenne della rottura. Il simbolo non è mai l’intero che è ragione del suo essere. E tuttavia tale tensione fra disgiunzione e congiungimento del diviso è fonte di un’esperienza totale, anche se a noi che viviamo nella “terra della non-corrispondenza” (Bernardo di Chiaravalle) non è consentito di sottrarci alla provvisorietà e al limite. Il simbolo collega dunque visibile e invisibile, è manifestazione e insieme occultamento, su di esso grava la nostalgia di una “restitutio ad integrum”, del ritorno a un paradiso di innocenza infantile dell’animo. Il volume è tutto centrato sul simbolo della rosa. Pur rispettando le linee della tradizione, il libro cerca di svolgere la “matassa” del simbolismo variamente legato alla rosa senza lasciarsi imprigionare nella cornice storica. Poeti, artisti, filosofi e teologi delle più svariate aree culturali sono stati toccati nel profondo del loro animo dalla nascita, figura e morte della rosa. I testi poetici e in prosa citati intendono soprattutto incoraggiare il lettore a intraprendere personalmente il cammino della rosa, a immergersi nell’atmosfera di culture ed epoche lontanissime l’una dall’altra, a dedurre i collegamenti trasversali e a osare nuove interpretazioni. Non si sono gli autori affatto preoccupati di essere esaurienti, riferimenti alla rosa ne esistono a profusione. Ne offrono un’esemplificazione le 74 fitte pagine del “Deutsches Worterbusch” che i fratelli Grimm dedicano alla voce “Rosa” e ai suoi derivati ed espressioni attinenti: roseo, rosetta, balsamo di rosa, sangue di rosa, rottura della rosa, colori rosa, labbra rosate, velo di rose, gote rosate, tempo delle rose ecc. Il primo capitolo abbozza un disegno storico delle trasformazioni culturali del giardino inteso come “dimora” della rosa, segue il culto della rosa nelle epoche più diverse e infine delinea l’orizzonte storico del simbolismo. Il secondo capitolo è dedicato alla “rosa del tempo” sotto l’aspetto della fioritura e dell’avvizzimento, della ruota della vita e del cerchio dell’eternità (rosetta, rosacroce). Nel terzo capitolo si sfoglia la rosa come simbolo per eccellenza dell’amore e della passione. Qui si studia anche il motivo della rosa e dell’usignolo come coppia di contrari. Il quarto capitolo si occupa del culto dei martiri, della mistica delle ferite e dell’epica, mentre il quinto capitolo considera la rosa come simbolo del culto medievale della Vergine Maria: “Ma donna del roseto”. Argomento del sesto capitolo è la rosa come simbolo dell’eternità e di Dio, come mistero del tutto. L’appendice funge da capitolo botanico. Naturalmente, il simbolismo della rosa non comincia e non finisce là dove s’incontra la parola “rosa” o quando la pianta è descritta correttamente dal lato botanico. L’attrattiva particolare dei simboli sta appunto nei loro contorni imprecisi, nelle sovrapposizioni e negli intrecci. Le figure della ruota e del cerchio, fioritura e avvizzimento, profumo e colore, rugiada e pioggia, campo e giardino, sono altrettanti orizzonti entro i quali, grazie alla fantasia popolare, all’acribia dotta e alla sensibilità poetica ed artistica, si dispiega il simbolismo della “regina dei fiori”.(…) Il “Romanzo della Rosa”, poema in antico-francese del XIII secolo, è una miniera di cultura erotica, dove la rosa appare come tramite centrale. Benché opera medievale, esso ha fatto testo fin nell’epoca illuministica, tanto come poesia quanto come pensiero; lo prova il fatto che ne sono stati conservati oltre 300 manoscritti, mentre altre opere importanti sono state tramandate soltanto in poche copie. L’opera consta di due parti disuguali e i primi 4.000 versi furono composti da Guillaume de Lorris fra il 1225 e il 1240. Guillame, che scrive per la nobiltà del tempo, fa uso dell’allegoria, il mezzo espositivo che per la sua diffusione caratterizza lo stile del tardo Medioevo. Le caratteristiche e i moti dell’animo non sono peculiarità individuale ma vengono elevati a codice generale di comportamento galante. Nella simbologia della rosa l’amata è il tipo della donna cortese che i trovatori innalzano al cielo come oggetto distante del loro corteggiamento. Il “Romanzo della Rosa” è la narrazione di un sogno. In un mattino di maggio il poeta sta vagando per la campagna quando improvvisamente si trova di fronte un giardino cinto da un’alta muraglia al cui esterno compaiono figure come “Odio”, “Infedeltà”, “Tristezza”, “Vecchiaia”, le quali custodiscono l’entrata: sono dunque la personificazione delle qualità anti-galanti che impediscono l’accesso alle gioie dell’amor cortese, della “Minne”. “Spensieratezza” introduce il poeta attraverso una porticina e lo informa che il proprietario del giardino è “Piacere sensuale”. All’interno “Gaiezza” guida una carola cui partecipano il dio dell’amore insieme con “Bellezza”, “Ricchezza”, “Giovinezza” ed altre figure allegoriche. Estasiato, il poeta vagola per il giardino che gli appare un paradiso. Finché scopre una fonte incantata, la stessa fonte dove morì il bel Narciso, e sullo specchio d’acqua scorge un meraviglioso boccio di rosa e lo afferra un indicibile desiderio di coglierlo; ma la rosa è protetta da cardi e spine. Il dio dell’amore, che di nascosto ha seguito il poeta, gli scocca cinque frecce che attraverso l’orecchio gli raggiungono il cuore: “Bellezza”, “Pudore”, “Franchezza”, “Cortesia”, “Bella Apparenza”. Amore gli detta i precetti dell’amor cortese: guardarsi da ogni bassezza, curarsi il corpo, dedicarsi al servizio di una dama.
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