Lettere dal deserto
21/10/2004 ore: 00:12
La gran ricchezza del noviziato sahariano è senza dubbio la solitudine e la gioia della solitudine, il silenzio. Un silenzio, il vero, che penetra per ogni dove, che invade tutto l'essere, che parla all'anima con una forza meravigliosa e nuova, non certo conosciuta dall'uomo distratto. Quaggiù si vive sempre in silenzio e s'impara a distinguerne le sfumature: silenzio della chiesa, silenzio della cella, silenzio del lavoro, silenzio interiore, silenzio dell'anima, silenzio di Dio. Per imparare a vivere questi silenzi, il maestro dei novizi ci lascia partire per qualche giorno "di deserto". Una sporta di pane, qualche dattero, dell'acqua, la Bibbia. Una giornata di marcia: una grotta. Un sacerdote celebra la messa e poi parte lasciando nella grotta, un altare di sassi l'eucaristia. Così veruna settimana si resterà soli, con l'eucaristia esposta giorno e notte. Silenzio nel deserto silenzio nella grotta, silenzio nell'eucaristia. La natura vi si ribella con tutte le forze. Si preferirebbe trasportare sassi sotto il sole. La sensibilità, la memoria, la fantasia, tutto è mortificato. Solo la fede trionfa: e la fede è dura, è buia, è nuda. Ed è qui il primo aspetto dello spogliamento. Fin tanto che la mia preghiera resta ancorata al gusto, saranno facili gli alti e i bassi; le depressioni seguiranno gli entusiasmi effimeri. Sarà sufficiente un mal di denti per liquidare tutto il fervore religioso dovuto ad un po' d'estetismo o ad un moto di sentimento. "Occorre spogliare la tua preghiera" mi dice il maestro dei novizi. "Occorre semplificare, disintellettualizzare. Mettiti davanti a Gesù come un povero: senza idee, ma con fede viva. Rimani immobile in un atto d'amore dinanzi al Padre. Non cercare di raggiungere Dio con l'intelligenza: non ci riusciresti mai; raggiungilo nell'amore: ciò è possibile". La battaglia non è facile; perché la natura vuole la sua rivalsa, vuole la sua razione di godimento, e l'unione con Gesù crocifisso è tutt'altra cosa.
Dopo qualche ora - o qualche giorno - di questa ginnastica, il corpo si placa. Visto che la volontà gli rifiuta il piacere sensibile, non lo cerca più: diventa passivo. Si addormentano i sensi. Il poco mangiare, il molto vegliare e il pregare con umile insistenza rendono la casa dell'anima una dimora silenziosa, pacificata. I sensi dormono. Meglio, come dice san Giovanni della Croce, è "la notte dei sensi" che comincia. Allora la preghiera diventa una cosa seria, anche se dolorosa e arida. Così seria che non se ne può più fare a meno. L'anima entra nel lavoro redentiti di Gesù. Inginocchiato sulla sabbia, dinnanzi al rudimentale ostensorio che conteneva Gesù, pensavo al male del mondo: odi, violenze, turpitudini, impurità, menzogne, egoismi, tradimenti, idolatrie, adulteri. Attorno a me la grotta era diventata vasta come il mondo; e i miei occhi interiori contemplavano Gesù oppresso sotto il peso di tanto male. Ero là, in ginocchio, sulla sabbia della grotta che aveva preso le dimensioni della Chiesa stesa e sentivo sulle mie spalle la famosa colonnina del militante. Forse era questo il momento di vederci chiaro. Mi trassi indietro di colpo, come per liberarmi da quel peso. Che cosa avvenne? Tutto rimasela suo posto, immobile. Non una scalfittura nella volta, non uno scricchiolio. Dopo venticinque anni mi ero accorto che sulle mie spalle non gravava proprio niente e che la colonna era falsa, posticcia, irreale, creata dalla mia fantasia, dalla mia vanità.
Avevo camminato, corso, parlato, organizzato, lavorato, credendo di sostenere qualcosa; e in realtà avevo sostenuto proprio nulla. Il peso del mondo era tutto su Cristo Crocifisso. Io ero nulla, proprio nulla. Ce n'era voluto a credere alle parole di Gesù che da due mila anni mi aveva già detto: "Voi, quando avete fatto tutto ciò che vi è stato comandato, dite: 'Siamo servi inutili, perché abbiamo solo fatto il nostro dovere'. Servi inutili!".
La prima impressione che mi lasciò questa avventura fu quella della libertà. Una libertà nuova, ampia, autentica, gioiosa. L'aver scoperto che ero nulla, che non ero responsabile di nessuno, che non ero uomo importante, mi diede la gioia del ragazzino in vacanza. Venne la notte e non dormii. Mi allontanai dalla grotta e camminai sotto le stelle in pieno deserto. Stanco mi sedetti su una duna di sabbia ed immersi gli occhi nella volta stellata. Come mi erano care quelle stelle; e come il deserto mele aveva avvicinate! A forza di passare le notti all'addiaccio, ero stato spinto a saperne il nome, poi a studiarle, a conoscerle ad una ad una. Ora ne distinguevo il colore, la grandezza, la posizione, la bellezza. Sapevo orientarmi su di esse al primo colpo d'occhio; e dalla loro posizione deducevo l'ora senza bisogno d'orologio. Ecco la costellazione del Cigno, che sembra in conversazione con Altair, chiara come un brillante. Saetta e il Delfino sembrano ascoltare, chiusi nella loro umile piccolezza. Petaso sta montando da oriente con il suo quadrato di stelle, mentre Perla scompare ad occidente. Tra poco la rossa Angol mi condurrà l'eleganza di Perseo. Ritorno con gli occhi su Andromeda. Ed è così chiara la notte, che incomincio a scorgere la nebulosa che porta il nome della costellazione. E' il corpo celeste più lontano dalla terra, visibile ad occhio nudo: 800 mila anni luce. Tra quell'enorme distanza e la più piccola - quattro anni luce di Proxima che mi apparirà tra due anni nella costellazione del Centauro - ci sono le distanze di tutto quest'ammasso di 40 miliardi di stelle a cui ammonta la Galassia alla quale noi - piccolo granello di sabbia chiamato Terra - apparteniamo. E al di là della nebulosa d'Andromeda, altri milioni di nebulose e miliardi e miliardi di stelle che i miei occhi non vedono ma che comunque ci sono. Perché non mi è mai saltato in testa che una pur piccola colonna che regge il cosmo non gravi sulle mie spalle? Ed è forse il cosmo diverso dagli uomini? Ed io l'avevo pensato. Dio è il creatore del cosmo fisico, com'è il creatore del cosmo umano. E se ha voluto, per amore, rendere gli uomini collaboratori suoi nella salvezza, il limite del loro potere è ben piccolo e determinato: è il limite del filo rispetto alla corrente elettrica. Noi siamo il filo, Dio è la corrente. Tutto il nostro potere sta nel lasciar passare la corrente. E' certo: abbiamo il potere d'interromperla, abbiamo il potere di dir di no; ma nulla di più. Non l'immagine, quindi, di colonna che sostiene, ma di filo che trasmette un potere. Ma altro è il filo, altro è la corrente; sono di natura ben diversa; e il filo non può certo insuperbire, anche se è un filo che trasmette corrente ad alta tensione.
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Lettere dal deserto, di Carlo Carretto, Editrice La Scuola, 1996
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