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Una cronaca giudiziaria di Dumas quasi inedita

30/08/2005 ore: 17:14

Alcuni nomi in ordine alfabetico: Paul Bocage, Auguste Anicet-Bourgeois, Pier Angelo Fiorentino, Auguste Maquet, Paul Meurice, Souvestre. L’unico che in Italia dica qualcosa è Souvestre. Ma il nostro si chiama Emile e di Pierre Souvestre, creatore con Marcel Allain di Fantomas, non è che il prozio. Tutti (e non sono i soli) hanno collaborato con Dumas a scrivere romanzi, novelle, opere teatrali. Il più famoso di loro è forse Meurice, che fu redattore dell’E’venement, il giornale di Victor Hugo e finì in prigione per politica nel 1851, ai tempi di Napoleone il Piccolo. Pierangelo Fiorentino aiutò Dumas a tradurre in francese l’Iacopo Ortis di Ugo Foscolo. Il collaboratore più
stretto fu però Auguste Marquet. Con Dumas pensò le storie del ciclo dei moschettieri, della regina Margot e di Montecristo. Per Dumas eseguì minuziose ricerche storiche e scrisse la prima stesura dei romanzi. Poi Dumas li riscrisse secondo il suo stile e il suo estro. La fruttuosa collaborazione finì male. Marquet citò Dumas in tribunale per avere del denaro che gli spettava. Vinse la causa, perse il posto. Si mise in proprio, non ebbe mai successo come romanziere, ma Dumas non scrisse forse più romanzi come quelli che aveva scritto con Marquet. Sono solo nomi, nomi di negri, scrittori che lavoravano a giornata per conto di uno dei più famosi romanzieri del tempo. Erano letterati dalla penna facile, dalle portentose capacità lavorative, che permettevano alle stelle della
narrativa di fare fronte alla enorme quantità di parole scritte che il mercato chiedeva. Nella parola negro c’era, è ovvio, più che una sfumatura di riprovazione. Negro era sinonimo di schiavo. Proprio nell’epoca in cui per l’Europa tra gli spettri dei romanzi neogotici andava aggirandosi anche lo spettro del comunismo e un opuscolo anonimo, intitolato “Manifesto del partito comunista” andava convincendo i proletari che non avevano nulla da perdere che le loro catene. Era il tempo d’oro della letteratura, il tempo del feuilletton. Era il feuilletton un foglio aggiunto ai giornali quotidiani che al tempo erano smilzi come il Foglio delle origini. La trovata di pubblicare a puntate i romanzi si era dimostrata una manna per editori e scrittori. Non esisteva ai tempi niente di simile al copyright. Per vivere del proprio lavoro gli scrittori dovevano lottare con editori disonesti e con le contraffazioni. L’unico modo di assicurare ai lettori l’autenticità dell’opera era di mettere in anteporta il ritratto dell’autore, nella pia speranza che riprodurre all’acquaforte un’immagine fosse un po’ più difficile che ricomporre un testo. Non era solo una questione di soldi. I contraffattori si curavano poco della correttezza del testo e un autore vedeva circolare versioni sgangherate del proprio lavoro. Fu la necessità della salvaguardia dell’opera a consigliare la pubblicazione a puntate dei romanzi. Tanto per fare un esempio, anche l’edizione definitiva dei Promessi sposi, la cosiddetta Quarantana, perché pubblicata nel 1840, uscì, come si direbbe oggi, in comode dispense. Ma il feuilletton fu un’altra cosa ancora. Il vero re del genere non fu Dumas, ma Eugene Sue. Le interminabili peripezie dei Misteri di Parigi gli consentirono di ammassare e sperperare grandi fortune. Ma non è solo l’aspetto tecnico che conta. Con il feuilletton nacque il giornale moderno, ma nacque anche il lettore moderno e, persino, la società moderna. La trovata di pubblicare un romanzo a puntate si rivelò subito felice. Le tirature aumentarono in modo inaspettato e inaspettata fu la composizione sociale dei lettori. Quando usciva di casa, il severo professionista in marsina e
cappello a tubo non si peritava di fermarsi appoggiato alla canna da passeggio a commentare
con la portinaia le disavventure dell’eroina del giorno e le imprese strabilianti del vendicatore di turno. Nella prima età del ferro (nel senso dell’industria pesante) della borghesia il feuilletton prefigurava fenomeni di omogeneizzazione sociale che la predicazione della lotta di classe sembrava escludere. Populisti per calcolo e vocazione, i primi romanzi di appendice (senza alcuna connotazione negativa di qualità: appendice non è che la traduzione di feuilletton, una parte in più del giornale) proponevano una morale interclassista in cui male e bene si scontravano e le attitudini
dei personaggi erano determinate più dalle disposizioni naturali dell’individuo che dalle condizioni sociali. C’erano, per semplificare, ricchi buoni e ricchi malvagi, come c’erano malvagi poveri e poveri buoni. C’era soprattutto, nella percezione dei lettori, una confusione tra realtà e invenzione. I personaggi del romanzo venivano vissuti come persone, ma in questo il feuilletton non faceva che sviluppare, esasperare le caratteristiche fondanti di quel giovane genere letterario che era il romanzo. Come che sia, fu il feuilletton e non i pamphlet dei pholosophe, come era avvenuto nel 1789, ad accompagnare il popolo sulle barricate del 1848, fu l’equivocata carica eversiva della
letteratura popolare a consigliare ai governi postcomunardi di soffocare il genere non tanto con la censura, quanto con l’imposizione fiscale. Bastò una tassa significativa sulle pagine d’appendice perché il genere si sentisse soffocare, sfiorisse o si trasformasse. Ci volle anche un cambiamento di clima politico e sociale perché il romantico Rodolphe dei Misteri di Parigi, diventasse il Fantomas di Pierre Souvestre, pronipote del negro di Dumas. La parola nègre, che con un po’ di disprezzo e un po’ di commiserazione, il pubblico attribuiva agli infaticabili e mal pagati collaboratori degli scrittori di successo non doveva turbare troppo Dumas. Certamente a lui non capitò che qualcuno dei suoi collaboratori si affrancasse per dimostrarsi più bravo di lui, come avvenne per esempio più tardi a Willy, che la sua negrèsse, per giunta giovane e bella, la sposò, anche per risparmiare sul salario, ma si trovò a invecchiare gettato nell’ombra da quella Colette che aveva saputo rivendicare (e recuperare ) al suo nome il frutto del proprio lavoro. Pochi oggi ricordano persino che sia esistito uno scrittore di successo di nome Willy, molti conoscono, nel bene e nel male, l’opera e la vita eccentrica di Colette. Nei confronti dei suoi negri, che gli permettevano di fare fronte alle ingorde richieste editoriali, pur consentendogli viaggi e attività da inviato speciale, Dumas non aveva problemi. Per lui non erano che quello che furono e sono gli scalpellini per gli scultori. Il loro compito è di fare il lavoro duro e sporco. Sgrossare il blocco di marmo perché si avvicini per eccesso alla forma che il maestro ha disegnato. Toccherà poi all’artista dare i colpi finali e magistrali. Poi l’opera sarà inconfondibilmente sua. La parola nègre, che già aveva assunto una connotazione negativa, non poteva turbare Dumas che un po’ nègre lo era di nascita. Lo certificano i capelli ricci, i tratti del volto e il colore della pelle. Lo certificano i registri della parrocchia dove il nonno, il ricco proprietario terriero Alexandre Dumas Davy de la Pailletiere sposò un’africana.
Il caso Lafarge
“Ai margini nord est della foresta di Villers-Cotterêts, a due chilometri più o meno del castello di Longpont e delle rovine della sua magnifica abbazia, si innalza all’estremità di un viale di olmi il piccolo castello di Villers-Hélon. E’ una piccola villa senza pretese e soprattutto senza carattere archeologico, che la cortesia dei viaggiatori ha battezzato con il nome di castello, ma che non ha mai avanzato pretese a tale titolo. Si compone di due ali che si allungano verso strada che vi conduce e si riattaccano al corpo centrale dell’edificio che in più delle ali ha un primo piano, alcune mansarde e un magnifico orologio. E’ circondato da un’acqua che da centocinquanta anni cerca, senza riuscirvi, di diventar acqua corrente; questa acqua è alimentata da uno stagno situato dall’altro lato della strada che si abbellisce e si poetizza grazie alla qualità paludosa del terreno, con splendidi prati, e ciuffi d’alberi lussureggianti e di fiori di ogni sfumatura. Questo è il nido di verzura, di luce e di profumi dove nel 1816 nacque Marie Cappelle”. E’ questo l’incipit di “Marie Caelle, souvenir intimes” che Alexandre Dumas pubblicò a puntate nel 1866 sul suo giornale Le Mousquetaire. Nel 1866 quella di Marie Caelle è una storia vecchia di ventisei anni che i giornali hanno riesumato. Poiché la vicenda lo ha sfiorato più volte Dumas approfitta per scriverne la sua versione. Gli anni belli e turbolenti del passato sono finiti. Dumas ha dato forma definitiva, se non scritta, a centinaia
di migliaia di pagine, ha guadagnato tanto oro quanto nessun altro scrittore in Francia. Come si conviene a un genio romantico lo ha scialacquato. Ha ormai sessantatré anni. Lo aiutano il figlio Alexandre, anch’egli scrittore di successo e la figlia. Dumas non gira più l’Europa e il Nord Africa accompagnato da giovani fanciulle, non ha forse neppure abbastanza denaro per pagarsi validi negri, ha venduto a forfait i diritti dei suoi libri passati a un editore che continua a metterli sul mercato a prezzi popolari. Queste edizioni da un franco aumentano se possibile la fama di Dumas
presso il pubblico. Ma Dumas continua a lavorare con accanimento. Quando si dedica alla rievocazione della storia di Marie sta lavorando a “Les Blancs et le Bleus”, seguito dei “Compagnons de Jéhu”. Dumas ama le trilogie. Quella di Marie Cappelle è la storia banale
di un delitto familiare in un’epoca in cui i coniugi infelici erano condannati, dalla morale corrente ancor più che dalle leggi, a languire in un ergastolo matrimoniale. “Il processo di Mme Lafarge (Marie Cappelle, da nubile), accusata di avere avvelenato il marito Charles, si apre il 2 settembre 1840 davanti alla corte d’assise. ‘Un’affluenza che sorpassa ogni previsioni occupa già tutti gli alloggi della città di Tulle. L’apertura delle assise, l’arrivo dei giurati, dei testimoni, la sessione del consiglio generale hanno già quasi raddoppiato la popolazione del capoluogo della Corrèze. I
curiosi vengono da tutte le città vicine e perfino dalla capitale, a testimoniare il grande interesse suscitato dai processi discussi davanti alla Corte d’assise. Monsieur Barny, consigliere della Corte reale di Lione, ha aperto oggi la sessione con affari di poca importanza, ma già la sala era affollata da un grande numero di spettatori. Si dice che verrà distribuito gratuitamente un piccolissimo numero di biglietti in quanto il Signor presidente ha saggiamente voluto che il maggior numero dei posti fossero riservati al pubblico vero e proprio che deve acquistare, facendo la coda alla porta, il diritto di assistere a questo grande dramma giudiziario’ scrive in quei giorni la Gazette des tribunaux”. Il crimine attribuito a Marie Cappelle, era dei più comuni. Qualche mse dopo il
matrimonio, alla fine del novembre 1839, Charles Puch-Lafarge si era recato a Parigi per registrare un brevetto per un nuovo processo di produzione del ferro e di negoziare, con la procura della moglie, il prestito della somma necessaria all’avviamento. La trafila necessaria per ottenere il brevetto e i negoziati finanziari l’avevano trattenuto in città più a lungo del previsto. Il 18 settembre la madre gli aveva scritto che gli sarebbe arrivata una cassa di dolcetti che avrebbe dovuto mangiare a un’ora stabilita a ricordo dei suoi cari che l’attendevano a casa. La cassa arrivò poco dopo,
ma invece che paste conteneva solo una torta. Dopo averne mangiato due bocconi Lafarge fu preso da coliche violente. Fu portato a casa . Pochi giorni dopo spirò. Al ritorno aveva dichiarato di avere in una borsa venticinquemila franchi che gli erano stati prestati da un notaio di Digione. Il denaro non fu più ritrovato. Le circostanze della morte insospettirono la famiglia Lafarge. Il primo dottore consultato stilò un certificato di morte naturale. Il secondo dichiarò che nel latte somministrato al malato si erano trovate tracce di arsenico. Molti della famiglia, compresa una pittrice chiamata a fare un ritratto di Marie, sostennero di avere visto a più riprese la donna versare una polverina bianca nelle bevande che somministrava al marito. Un farmacista asserì di avere venduto, per tre volte e per un totale di duecentocinquanta grammi, arsenico a un inviato di Marie. In casa l’arsenico non fu trovato, ma Marie ammise di averlo acquistato per sterminare i topi che infestavano il granaio. Un’analisi dei bocconi per i topi escluse la presenza del veleno. In modo curioso la simpatia della gente andava tutta alla presenta assassina. Nessuno si preoccupava della vittima che nel corso del procedimento fu descritto come un truffatore, aiutato nelle sue mene da un domestico che al processo aveva fatto del suo meglio per mettere nei guai Marie e poi era scomparso. Qualcuno testimoniò che il servitore aveva sperato di diventare padrone.



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