All’estero convivono petrolio e turismo. E’ l’ora di farlo anche in Italia

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Le infrastruttre petrolifere in Tunisia
Londra – “Meglio l’oro blu dell’oro nero” è il titolo dello striscione che nei giorni scorsi gli attivisti di Greenpeace hanno aperto davanti alla più grande piattaforma petrolifera off-shore italiana “Vega”

Ogni estate si intensificano le manifestazioni ambientaliste contro le piattaforme petrolifere. Ma solo in Italia. A poche miglia dalle coste italiane, nel centro del Mediterraneo, in Tunisia ci sono piattaforme petrolifere che funzionano regolarmente, che creano posti di lavoro e di conseguenza profitti per lo Stato tunisino e per chi ci lavora (leggi di dati).

Ma nessuno si sogna di andare laggiù a protestare.

Le manifestazioni come quelle dei giorni scorsi sono solo demagogia, perchè gli organizzatori sanno che durante il periodo estivo hanno i riflettori puntati su di loro. Il lettore desidera queste notizie per sentirsi durante le sue vacanze un personaggio “intellettual chic”. E i media danno spazio a queste notizie senza approfondire i temi, basta qualche scatto fotografico ed il pezzo è pubblicato.

Qualcuno deve per dire come stanno effettivamente le cose.

Prendiamo per esempio la Tunisia. Nella promozione turistica è segnalata come un paese ad alta vocazione turistica, sui siti internet si legge che “la Tunisia è la meta ideale per chi vuole vivere una vacanza rilassante ed emozionante dai colori e dai profumi tipicamente maghrebini”. Tabarka, Isola di Djerba,Hammamet sono le più conosciute e frequentate località di mare. Solo che a poche miglia ci sono piattaforme petrolifere che lavorano senza sosta, vedi quella di Baraka.

A loro il turismo preme, eccome se preme. Però sanno conciliare le due cose. E nessuno protesta. Nessun ambientalista italiano si sogna di andare in Tunisia a protestare per le piattaforme che, in caso (remotissimo) di incidente il danno ecologico andrebbe anche e soprattutto verso il mare italiano e le costa siciliana prima fra tutte quella bellissima di Lampedusa.

Noi italiani siamo fatti così. Contrastiamo quello che succede in casa nostra e tolleriamo quello che fanno gli altri Paesi. Anche se poi saremmo noi quelli maggiormente coinvolti. Preferiamo manifestare contro una piattaforma italiana e poi andare, la settimana successiva, in vacanza in una località dove a poche miglia si estrae petrolio.

Abbiamo parlato solo della Tunisia, ma il discorso si potrebbe fare anche ad altri paesi mediterranei, Egitto, Croazia, Malta, Cipro, Grecia.

Se vogliamo uscire velocemente dalla crisi, se vogliamo dare uno sviluppo moderno al nostro Paese, si deve iniziare a pensare in maniera diversa. Più elasticità mentale, meno integralismo. E conoscere i vari problemi a 360 gradi e non solo per quello che interessa per apparire sui giornali.

L’Italia ha bisogno di petrolio. I suoi mari hanno petrolio. Prendiamolo.

Riccardo Cacelli

1 Commento

  1. Le affermazioni di questo articolo sono metodologicamente sbagliate: chi protesta contro le piattaforme petrolifere nei mari italiani non va in vacanza in Tunisia e chi ci va non protesta contro le piattaforme in Italia: non sono le stesse persone.
    Nello stesso tipo di equivoco fingono di cadere gli amministratori pubblici, per scaricare le reponsabilità sui cittadini “incoerenti” quando lamentano che i cittadini pretendono più verde pubblico, ma poi guai a togliere posti auto! Anche in questo caso non si tratta delle sesse persone: chi chiede più verde è disposto a ridurre i posti auto; chi reclama più posti auto è disposto a rinunciare al verde (cfr articolo di M.M. su “Il Tirreno” Carrara 4/7/2012)

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