Focus ambiente su trivellazione, estrazione, e coltivazione del petrolio in Italia

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Londra – In un recentissmo articolo a firma Vincenzo Mulè “Focus Ambiente Groviera Italia” si parla di estrazione petrolifera in Italia. Minacce e brutte prospettive per il futuro dell’ambiente italiano nelle località dove si estrae petrolio. E si legge di situazioni fiscali ed economiche che meritano una maggiore riflessione.

In Italia non ci sono mai stati problemi all’ambiente riconducibili direttamente o indirettamente all’estrazione petrolifera. L’incidente che tutte le volte in Italia si prende per esempio è quello alla piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico.

L’incidente piùn grave ha visto come protagonista una superpetroliera, la Haven davanti alle coste liguri. Ma nessuna associazione ambientaliste si pone il problema o manifesta contro la circolazione delle petroliere sui nostri mari. Non se ne capisce il motivo, forse gli ambientalisti (per questo termine intendo parlare dei dirigenti di associazioni, e non in senso generale perché siamo tutti per la tutela dell’ambiente) ne conoscono le ragioni del loro silenzio su questo argomento.

Nessuno scrive, se non il sottoscritto, che uno studio dell’Inail ha rivelato che le piattaforme petrolifere italiane sono statisticamente il luogo di lavoro più sicuro e con meno incidenti in Italia.

Inoltre si stanno leggendo, forse perché siamo entrando nel vivo della campagna elettorale, una serie di “anomalie” che amo definire “concettuali” e non leggiamo analisi lucide sull’effettiva situazione italiana.

“Anomalie concettuali” perché non si capisce, o meglio si capisce molto bene, ma il lettore poco abituato a questi temi è facilmente preda di una comunicazione a senso unico, se da un lato si scrive che in Italia ci sono poche risorse petrolifere appena sufficienti a soddisfare il fabbisogno nazionale per 7 settimane, dall’altro lato si scrive che ci sono compagnie petrolifere pronte ad investire sul territorio italiano o fare rierche milionarie sui mari italiani per i prossimi anni.

Che le compagnie petrolifere sono delle società kamikaze nutro dei dubbi.

Probabilmente i loro studi di fattibilità sono più attendibili proprio perché basati sulla logica del profitto. E se è profitto per una compagnia lo stesso profitto lo è per lo Stato. O meglio per tutto il sistema Paese.

Il Paese riscuote dalle compagnie petrolifere le royalties.

Con il termine royalties si indica il pagamento di un compenso con lo scopo di poter sfruttare un dato bene ai fini commerciali; sono quindi adottate per la remunerazione di diritti ceduti a terzi. In campo industriale, con riferimento alle attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi, esse sono applicate al valore della produzione e fanno parte del più generale sistema di prelievo statale.

In Italia il sistema di prelievo fiscale sull’attività di esplorazione e produzione di
idrocarburi combina:
– royalties,
– canoni d’esplorazione e produzione,
– tassazione specifica,
– imposte sul reddito della società.

Per tale ragione il semplice paragone con le royalties di altri Paesi deve essere compiuto considerando tutta la tassazione nel suo complesso.

Il sistema fiscale italiano delle attività di ricerca e coltivazione degli idrocarburi tiene conto dei seguenti fattori:
a) disponibilità di riserve di gas e petrolio (produzione di 11,6 milioni tonnellate equivalenti petrolio (mln.tep), dato 2010);
b) forte vocazione di paese importatore: nel 2010 sono stati importati 128 mln.tep su un totale di consumi di 140 mln.tep, pari a circa il 91%.
In Italia la royalty su terra è attualmente del 10% (a seguito dell’incremento del 3% introdotto nel 2009), mentre su mare è del 7% per il gas e del 4% per il petrolio, ed è applicata sul valore di vendita delle quantità prodotte.

Per renderla confrontabile alle altre forme di tassazione sugli utili, occorre formulare ipotesi di costi che portano ad elaborare un caso definito “situazione ideale” in Italia dove una royalty del 10% sui ricavi è equivalente ad una tassa sugli utili del 22%.

Per stabilire il prelievo fiscale totale sulle attività di estrazione e produzione di idrocarburi, alla royalty va aggiunta:
– la tassazione sui redditi delle società,
– IRES, con aliquota al 27,5%,
– l’imposta regionale sulle attività produttive,
– IRAP, al 3,9%,
– la Robin tax,
– l’addizionale IRES introdotta nel 2008, aumentata nel 2009 e soprattutto nell’agosto 2011, al 10,5%1.

Complessivamente la tassazione dell’Italia sulle attività petrolifere è in media pari al 63,9%.
Inoltre, tenendo conto dell’addizionale IRES del 4% introdotta con la legge 7/2009, il prelievo complessivo può salire fino al 68%.

Rispetto agli altri Paesi con cui il confronto è possibile, sostanzialmente solo i membri OCSE, il livello di tassazione italiano dell’ordine del 63,9% è relativamente alto, in particolare se si considera che la produzione nazionale è in calo a fronte di riserve che possono svolgere ancora un ruolo strategico. Paragoni con i sistemi dei Paesi produttori, in particolare dell’area OPEC, non sono, infatti, possibili poiché questi presentano regimi contrattuali nettamente diversi da quello concessorio tipico delle nazioni non OPEC.

I Paesi europei confrontati con l’Italia sono Danimarca, Francia, Irlanda, Norvegia e UK, caratterizzati, però, da ampie differenze circa gli strumenti di prelievo fiscale, i livelli di produzione di idrocarburi e la reddittività degli investimenti.

Dal raffronto emerge con chiarezza che gli Stati con maggiore prelievo fiscale sono in genere quelli con più alta produzione, dove le imprese riescono ad ottenere alta redditività e a garantire un alto flusso di investimenti ed occupazione nel tempo.

In Italia, al contrario, la produzione è ridotta, la redditività contenuta con investimenti rallentati, ma la pressione fiscale è relativamente alta.

Tra i Paesi europei con alta produzione, alta redditività ed alta tassazione troviamo, Norvegia e UK, con prelievi fiscali in media, rispettivamente, del 78% e tra il 68 e l’82%.

Tra gli Stati con bassa produzione ma alta redditività degli investimenti troviamo l’Irlanda, il cui basso prelievo, in media tra il 25 e il 45%, è volto a incentivare la produzione, attualmente sotto il mln.tep.

La Francia è invece l’unico dei Paesi analizzati con bassa produzione, redditività media, e basso prelievo fiscale, in media tra il 37 ed il 50%, anche in questo caso diretto a favorire l’aumento della produzione.

Infine, ridotta produzione, bassa redditività ma alta pressione fiscale sono riscontrabili in Danimarca e Italia, i cui prelievi sono in un range del 64-77,5% (Danimarca) e del 50-67,9% (Italia).

Nel definire la convenienza ad investire, per le imprese, oltre alla pressione fiscale, altrettanto importanti sono i tempi autorizzativi.

In Italia questi arrivano ad essere di gran lunga superiori alla durata media del resto del mondo.

Per ottenere un’autorizzazione per la fase esplorativa si attende, infatti, oltre il 70% in più rispetto alla media globale, ed il ritardo aumenta ulteriormente per la fase di coltivazione, dove un’autorizzazione può essere concessa in oltre 9 anni, contro una media di 4 all’estero.

Ciò comporta maggiori costi ed incertezze che impediscono alle aziende di investire.

Gli investimenti sono pronti, forse non è ancora pronto il sistema Paese a collocarsi tra quei Paesi che vogliono usare le proprie risorse energetiche e non essere vincolati al 100% dal petrolio che arriva dall’estero.

Intanto sul mare confinante a sud ed ad est si estrae.

Il ministro Passera ha dato, giustamente, uno scossone. Ora sta al Paese rispondere. In maniera unita pensando all’interesse nazionale e non solo locale.

Ed oggi l’interesse nazionale è quello della produzione interna delle risorse energetiche, ivi compreso il petrolio.

Riccardo Cacelli
Cacelli Management & Consulting Ltd
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Fonte: Nomisma

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