Il triste crepuscolo delle toghe che traslocano nella politica

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Chissà se la non breve e non sempre gloriosa stagione della magistratura in politica si è chiusa ieri, con la scamiciata reazione di Luigi De Magistris. Dopo di lui di magistrati ne arriveranno ancora, come ne sono arrivati prima, ma con una missione in meno. La missione è quella cui accennò con esibita ritrosia Francesco Saverio Borrelli, il leggendario procuratore del pool Mani pulite, alCorriere della Sera del primo maggio 1994. Borrelli era nel suo ufficio e dietro di lui, all’impiedi, c’erano i pm Piercamillo Davigo e Antonio Di Pietro. «Dovrebbe accadere un cataclisma per cui resta in piedi solo il presidente della Repubblica che chiama a raccolta gli uomini della legge (…) A un appello del genere si potrebbe rispondere». Il cataclisma in realtà era in corso: la Prima repubblica era venuta già a colpi d’avvisi di garanzia e di lì a pochi mesi il nuovo presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, avrebbe ricevuto a Napoli l’invito a comparire. Borrelli non si sa, ma Di Pietro era già persuaso, il giorno di quell’intervista, di essere l’uomo giusto per salvare l’Italia. Si sarebbe spogliato della toga con plateale gesto il 6 dicembre di quell’anno, e per motivi illustrati in maniera sempre un po’ nebulosa. Era più popolare di Pablito Rossi nell’82 e tutti se lo contendevano: qui si riesce giusto a ricordare che Berlusconi gli offrì il ministero dell’Interno e una spettacolare telefonata con Carlo De Benedetti (abbiamo tanti amici in comune, si dicono, e uno di questi è Romano Prodi). Alla fine, perso l’attimo, Di Pietro si candidò col Pds al Mugello ed entrò al Senato. Al massimo avrebbe fatto il ministro.  (da “La Stampa”, di Mattia Feltri)

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