Accordo Ue-Turchia: un pasticcio sulla pelle dei siriani

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L’applicazione delle norme dell’Unione Europea sul diritto d’asilo si è dimostrata assolutamente inadeguata a gestire l’emergenza creata dal conflitto in Siria. Per un verso, il fatto che quelle norme prevedano un diritto d’asilo esigibile da chiunque sia in fuga da una guerra (protezione sussidiaria) rende imprevedibile il numero di quanti ne beneficeranno, alimentando i timori dell’opinione pubblica. Per altro verso, il fatto che il diritto possa essere fatto valere solo da chi abbia già messo piede nel territorio Ue induce i profughi a intraprendere viaggi molto rischiosi, gestiti da trafficanti, che in molti casi si concludono con la morte invece che con l’arrivo in Europa. L’attribuzione, in base al regolamento Dublino, dell’onere di accoglienza dei richiedenti asilo allo Stato membro di primo ingresso nella Ue carica poi i paesi di frontiera esterna (in particolare, la Grecia) di un peso sproporzionato; ed è proprio l’impossibilità di sostenerlo che spinge questi paesi a favorire movimenti secondari illegittimi dei profughi verso l’Europa centro-settentrionale, minando la fiducia reciproca tra gli Stati membri della Ue. Si potrebbe ottenere una risposta più efficace ed equa sostituendo il diritto alla protezione sussidiaria con la concessione della protezione a un numero predefinito di profughi (proporzionato alle capacità di accoglienza della Ue), da prelevare, in condizioni di sicurezza, dai paesi di primo asilo (in particolare, Turchia, Libano e Giordania), attualmente schiacciati da un carico difficilmente gestibile. Le persone accolte dovrebbero poi essere distribuite tra gli Stati membri in base a criteri oggettivi, legati alla situazione economica del paese, alle sue dimensioni e al numero di rifugiati già ospitati.
Finora, il solo passo in questa direzione è stato rappresentato da due decisioni del Consiglio Ue che hanno disposto la ricollocazione, in deroga al regolamento Dublino, di 160mila richiedenti asilo da Italia e, soprattutto, Grecia negli altri Stati membri, da effettuarsi entro due anni. Trascorsi sei mesi dall’entrata in vigore delle decisioni, però, i richiedenti ricollocati non arrivano a mille.

L’accordo con la Turchia

Il 7 marzo scorso, in un vertice tra i capi di governo degli Stati membri e il primo ministro turco, è stata raggiunta un’intesa di massima per un accordo Ue-Turchia. I dettagli dell’accordo dovranno essere perfezionati nei prossimi giorni, prima della prossima seduta del Consiglio Ue. La strategia che emerge dal comunicato del Consiglio Ue diffuso alla fine del vertice sembra terribilmente confusa. Mentre, infatti, riguardo alla ricollocazione ci si limita a invitare gli Stati membri ad accelerare il processo, sul versante della collaborazione con la Turchia si prospetta l’adozione di un meccanismo che, allo stesso tempo, viola la normativa Ue e rischia di aggravare tutti gli aspetti patologici emersi finora: la Turchia si impegna a riammettere nel proprio territorio tutti i “migranti irregolari” che, in futuro, attraverseranno il mare che separa il paese dalle isole greche; la Ue, per parte sua, si impegna a reinsediare uno dei profughi siriani rifugiatisi in Turchia per ogni siriano riammesso in Turchia a seguito dello sbarco “irregolare” in Grecia. Se per “migrante irregolare” si intendesse uno straniero non bisognoso di protezione, l’accordo significherebbe molto poco. Di fronte a una sua domanda d’asilo, il diritto Ue imporrebbe comunque di esaminarla e solo a seguito di un rigetto definitivo si potrebbe chiedere alla Turchia di riammetterlo: la gestione dell’emergenza ne trarrebbe scarsissimo giovamento, dati i tempi richiesti dalla procedura di esame. Il fatto, però, che si contempli la riammissione in Turchia di un siriano “irregolare” sembra imporre una diversa interpretazione, che includa “qualunque straniero che tenti di raggiungere un’isola greca”, a prescindere dal fatto che presenti o intenda presentare una domanda di asilo. È difficile infatti immaginare un siriano che non sia oggi intrinsecamente titolare del diritto alla protezione sussidiaria.
Se le cose stanno così, siamo di fronte a una patente violazione della direttiva 2011/95/Ue. Solo una previa riforma della normativa permetterebbe di negare l’asilo o, addirittura, lo stesso accesso alla procedura di richiesta a una persona che sia fuggita da un paese in guerra o di dare rilievo al fatto che la persona possa ottenere adeguata protezione in altro Stato extra-Ue. Oltre che illegittima, poi, la misura è anche dissennata. Non funzionerebbe da elemento di dissuasione rispetto al ricorso ai trafficanti e ai viaggi per mare, che anzi sarebbero fortemente incentivati, almeno per i siriani, proprio dal governo turco: per ogni siriano sbarcato in Grecia e riammesso in Turchia, un siriano verrebbe reinsediato dalla Turchia alla Ue. Anche supponendo che la doppia operazione non possa riguardare la stessa persona, la Turchia potrebbe disfarsi, tramite il reinsediamento, di metà dei siriani finora oggi accolti, mettendo in mare l’altra metà. Vedremo tra qualche giorno se il Consiglio Ue ha aperto gli occhi sul pasticcio in cui rischia di cacciarsi.
Una correzione che renderebbe molto più ragionevole l’accordo potrebbe prevedere che la Ue si impegni a ricollocare un fissato numero di profughi, al quale verrà sottratto il numero di quelli che, nonostante l’accordo, sbarcheranno ugualmente sulle coste greche.

Sergio Briguglio