“Dylan Thomas Day”, di Manrico Murzi

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Pur nella nebbia del tempo trascorso, avevo soltanto diciassette anni, la figura di Dylan Thomas, come mi apparve al primo incontro a Firenze, una calda mattinata del luglio 1947, ancora ritorna alla mente. Me ne stavo al tavolino del caffè-concerto Paszkowski, in piazza della Repubblica con mio zio Giacomo Pavoni, penna eccellente, quando capitò Luigi Berti, anch’egli elbano, scrittore e poeta di Rio Marina, allora direttore della rivista letteraria Inventario, dove otto anni dopo uscirono quattro mie poesie. Con Berti c’era uno dei poeti da lui fatto conoscere in Italia, appunto il gallese Dylan Thomas, trascurato nelle vesti, camicia sbottonata e svolazzante, pantaloni verdi e sgualciti, ma lo sguardo garbatamente penetrante e curioso. Il volto abbrustolito dal sole dove spiccava un naso volitivo somigliante alla cuffia di un piccolo polpo e diceva scherzando: Ho un naso grosso e tondo… Il fato e una ringhiera debole lo hanno rotto… quando fa freddo è sufficientemente lustro per illuminare qual siasi ambiente. Aveva l’aria di un ragazzone ribelle. Siccome parlavo bene l’inglese, ebbe gran piacere a chiacchierare con me. Si stabilì subito un rapporto di simpatia e parlammo anche della poetessa Sitwell che da poco avevo letto e ammirato. Trascorreva con la sua famiglia alcuni giorni a Villa del Beccaro sulle colline di Scandicci, posto di cui mi parlò poco bene, mentre era assai innamorato, però, della città di Dante, Leonardo, Michelangelo… Lasciammo mio zio e il Berti in fitta conversazione, dopo averli salutati, e ce n’andammo a fare un giro della città fino alla chiesa del Carmine a vedere gli affreschi di Masaccio e Masolino. Ci lasciammo dandoci un appuntamento per l’indomani. Nei giorni che seguirono, dunque, lo incontravo, sempre nel centro della città, col fiasco del Chianti sottobraccio: un disastro! Il vino lo sborniava più alla svelta della solita birra! Se non arrivava già ubriaco, era una delizia, uno straordinario cantore, quando di mattina, fortunatamente sobrio, nel silenzio di qualche via deserta recitava i suoi versi: poesie scritte all’età di quattordici anni, come Paesaggio con foresta:

Calma e strana è quest’ora serale nella foresta;

Cupole verdi scolpite, gli alberi lungo il sentiero;

Davanti a me nel silenzio infinite isole d’ombra.

L’Estate è grave di vecchiaia e s’appoggia all’Autunno.

Tutto intorno è maturo. Non c’è un moto

Nelle lunghe baie d’azzurro su cui dormono

Quei promontori di nuvole nel lume del crepuscolo.

Ogni cosa riposa nel volere d’un fine vittorioso.

I contorni si sciolgono in una confusa immensità,

Svaniscono, l’ombra verde incupisce, il buio si

fa più profondo.

Ascolta! Una voce e una risata: viventi e amanti

Per questi viali fantastici passano come fantasmi.

La sua poesia parlava spesso del mare : grembo universale, sorgente e tomba gli riepetevo io, … womb/In English is a rhyme to tomba… utero in Inglese fa rima con tomba ! Pare che il nome Dylan voglia dire figlio marino dell’onda. Mangiavamo i bomboloni in una caffetteria accanto al Duomo. Ogni tanto gli recitavo alcuni dei miei epigrammi, poi finiti nella mia prima raccolta di versi, Il cielo è caduto. Una o due volte facemmo una piccola sosta al caffè delle Giubbe Rosse, proprio nella stessa piazza di rimpetto al Paszkowski dove ci eravamo incontrati. Lì si riunivano i letterati e gli artisti del tempo, come Montale, Landolfi, Luzi, Bigongiari, Parronchi, Rosai… raramente Papini, il quale definì l’opera di Thomas come quella di un ubriaco irresponsabile ! Comunque Dylan non gradiva quella schiera, in particolare lo inquietava la presenza di Montale che teneva appoggiato alla narice del naso l’indice mancante di qualche falange : pareva avesse il dito infilato nel naso. Non sopportava l’accademia, e non dimenticava di essere stato un ragazzo esuberante, leader d’un gruppo di amici, poeti narratori musicisti in erba. Figlio di un insegnante non aveva amato la scuola. Aveva scritto poesia sin dai suoi dodici anni, aveva fatto l’attore e il giornalista e aveva vissuto la sua bohème in Cwmdonkin Drive, la strada della sua casa. Soleva dire, Sono il Rimbaud di Cwmdonkin Drive ! Ai suoi trentanni aveva già scritto metà della sua opera ! A sedici anni aveva scritto,

Lasciatemi fuggire, essere libero,
Vento per il mio albero, acqua per il mio fiore,
Vivere per me stesso
E soffocare dentro di me gli dei
O schiacciare sotto il piede le loro teste di vipera !

Ecco che allora lui preferiva girellare per strada, sedersi ai monumenti proteggendosi dal sole con uno strambo berretto in testa, sostando assai volentieri su una panchina di piazza Santo Spirito. Là, toltasi la cicca di sigaretta tenuta sempre sul labbro, il suo canto lo urlava, vibrante e commosso.
Lo rividi poi nel mio paese, Marciana Marina, di fronte al mare, al bar La Perla, la mattina del primo agosto, ancora in compagnia di Luigi Berti, venuto a salutare mio zio Giacomo : avevamo anche noi lasciato la calura di Firenze. Dylan fece una passeggiata con me. S’incuriosì vedendo qua e là sotto il monte Capanne, grandi cumuli conici che mandavano fumo. Mi chiese che cosa fossero. Così gli illustrai le carbonaie : cataste ordinate di legna di castagno in fuoco, coperte di terriccio per fare il carbone, che a quei tempi si bruciava nei fornelli delle cucine. Restò alcuni giorni a Rio Marina. Nel 1970 Constantine Fitzgibbon pubblicò con Einaudi Ritratto del poeta attraverso le lettere. Il nome di Luigi Berti non appare, giacché mancano alcune lettere di quel periodo come dell’ultimo anno di vita del poeta Thomas. Non sono riuscito a darmene una spiegazione. Quando si parla di letteratura anglo-americana, si fanno i nomi di Vittorini, della Pivano, di Pavese, mai quello del Berti. Perché? Eppure Dylan e Luigi erano stretti da forti legami di amicizia, a tutti e due piaceva il vino, riuscivano a intendersi molto bene anche se Dylan sapeva poco l’italiano e Luigi maneggiava poco l’inglese parlato, pur conoscendo bene quello scritto.
Feci un giro nel Galles più tardi, visitai Swansea, la Boat House a Laugharne, per l’aria il verso dell’airone, il canto del chiurlo e il gracchiare della boccaccia marina; e sempre a Laugharne, come si dice la città più strana del Galles, il bar dove il poeta, forse il più grande dopo Yeats, del secolo XX in lingua inglese, trascorreva molto del suo tempo a svuotare bottiglie di birra, e, sotto una pioggia scrosciante sostai sulla sua tomba nel cimitero della St. Martin’s church.
Manrico Murzi

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