La pandemia ha imparato a scrivere

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Ènoto quale sia stata la prima reazione dei lettori alla pandemia: sono tornati in classifica La peste di Albert Camus e Cecità di José Saramago. Segno, se vogliamo incoraggiante, del fatto che alla letteratura si chiede ancora di aiutarci a dare senso alle cose. Era già accaduto, qualche mese prima, con 1984 di Orwell: via via che il panorama politico globale mutava in distopia, si tornavano a leggere le distopie. E se già alla fiera di Francoforte del 2019 gli editori dovevano schivare i romanzi di genere post-apocalittico, è facile immaginare che cosa sarebbe accaduto quando le peggiori proiezioni si sarebbero di colpo mutate in realtà. Mentre nelle librerie italiane rispuntava per il Saggiatore Il senso della fine, cruciale saggio escatologico di Frank Kermode, ecco che il collasso degli ecosistemi e le sue conseguenze, su tutte il «salto di specie» dei patogeni dagli animali all’uomo, da ipotesi allarmistiche si facevano quotidianità e Spillover di David Quammen — il libro che meglio ha inquadrato le cause del disastro — volava primo in classifica; intanto i virologi televisivi si affrettavano ad allestire i loro instant book per cavalcare l’onda. Sono arrivati anche saggi significativi, specie quando si usciva dalla mera contingenza per affrontare la questione in senso più ampio, come ad esempio in Virus sovrano di Donatella Di Cesare (Bollati Boringhieri), in Nel contagio di Paolo Giordano (Einaudi) e ancora in Crisi di civiltà e Virus, di Noam Chomsky e Slavoj Žižek (entrambi Ponte alle Grazie).

Ma di fronte a una crisi così vasta non bastano i saggi. Con l’allungarsi del lockdown, le caselle postali delle case editrici si sono riempite di manoscritti sulla pandemia. Così, da un lato si erigono argini e muri: l’editore francese Gallimard intima con un comunicato di «scrivere meno e leggere di più»; dall’altro si propone, essendo comunque (e nostro malgrado) il tema del momento. Nel Regno Unito, Quercus pubblica Lockdown, romanzo che l’autore Peter May si era visto rifiutare nel 2005 e adesso ha assunto virtù profetiche (da noi è uscito per Einaudi Stile libero); in Israele torna sugli scaffali 2020 di Hamutal Shabtai, che dal 1997, pure, prevedeva una pandemia molto simile a quella che si è poi verificata; e anche Lawrence Wright, giornalista del «New Yorker», divinava i fatti nel suo The End of October (pubblicato da Piemme in Italia con il titolo Pandemia), che ha finito per uscire mentre il virus stava esplodendo.

C’è stato anche qualcuno capace di approfittare del primo confinamento senza lasciarsi cogliere dal crollo della produttività che ha colpito molti autori. Non sono pochi, a ben guardare, i «romanzi della pandemia», italiani e non solo: sempre nel Regno Unito ha preso la palla al balzo la bestsellerista rosa Jojo Moyes, che ha subito licenziato Lockdown con Lou (edito da noi da Mondadori); in Francia ci ha pensato Eric Chévillard con il beckettiano Sine die. Cronaca dal confinamento, pubblicato in Italia da Prehistorica; e anche l’epicentro del virus ha la sua cantrice in Fang Fang, con Wuhan: diari da una città chiusa (Rizzoli). Da noi, Chiara Gamberale, nella novella Come il mare in un bicchiere (uscita per Feltrinelli lo scorso settembre) ha raccontato «il disagio alla luce del coronavirus». (da Lettura, Corriere della Sera, maggio 2021)

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