Infrarossi sul Cenacolo

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«Fece ancora in Milano, ne’ frati di San Domenico a Santa Maria delle Grazie, cosa bellissima e maravigliosa; ed alle teste degli Apostoli diede tanta maestà e bellezza, che quella del Cristo lasciò imperfetta, non pensando poterle dare quella divinità celeste, che alla imagine di Cristo si richiede»: cronaca (firmata da Giorgio Vasari nelle sue Vite, 1550) di un capolavoro tormentato: l’Ultima Cena (nota anche con il nome di Cenacolo), dipinto murale a secco realizzato da Leonardo da Vinci tra il 1495 e il 1498 nel refettorio di Santa Maria delle Grazie.

Annette Keller conosce bene i tormenti del capolavoro milanese. Come quelli della Cappella Peruzzi in Santa Croce a Firenze: decorata da Giotto nel primo decennio del Trecento con pittura a secco «di grande qualità ma anche di particolare delicatezza materica»; un capolavoro straordinario, che sfortunate vicende hanno gravemente danneggiato nei secoli successivi, rendendone difficilissima l’osservazione e la comprensione. E che grazie alla documentazione fotografica originale a luce visibile e alla fluorescenza da ultravioletti — effettuata proprio dall’Art Imaging di Annette Keller — aveva svelato volumetrie, espressioni di volti, architetture, colori cancellati dalle abrasioni subite nei secoli scorsi (al suo lavoro era stata dedicata la mostra Giotto. Oltre l’immagine nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano, dicembre 2015-gennaio 2016).

Grazie a Keller (che tra l’altro aveva già messo sotto osservazione e reimmaginato il busto di Nefertiti, la Madonna del

Cardellino di Raffaello e la Pala di San Zeno di Andrea Mantegna) la banca dati alla quale sono affidate le sorti di un altro grande capolavoro tormentato come l’Ultima Cena è da oggi più ricca. Arrivata a Milano a fine giugno, si è immediatamente arrampicata su un ponteggio montato ad hoc nel Refettorio di Santa Maria delle Grazie (rimasto chiuso al pubblico per qualche giorno) e ha passato al setaccio questa pittura murale, l’unica rimasta di Leonardo. Non ci sono (almeno per ora) scoperte eclatanti (resta ad esempio il mistero della «saliera rovesciata» davanti a Giuda) ma una grande quantità di immagini e di dati utili per una sorta di carotaggio a diverse lunghezze d’onda dell’Ultima Cena.

Multiband – multispectral imaging in reflectance and photo-induced luminescence: la terminologia specialistica che non stona però sul ponteggio davanti al

Cristo o al San Giovanni. Proprio sul ponteggio Keller spiega a «la Lettura» di aver realizzato tecnicamente uno stack, una serie di riprese fotografiche effettuate in differenti lunghezze d’onda con diversi tipi di illuminazione, partendo da quelle del visibile, quelle in cui l’occhio umano «naturalmente» esercita la sua facoltà visiva. Grazie al sensore Wide Spectrum sono state però anche registrate immagini in ultravioletto riflesso (Uv-A) e in infrarosso a banda larga che hanno consentito di effettuare una ricognizione della superficie ma anche della profondità dell’opera.

«Questa tecnica — spiega Keller — ci consente di rilevare quanto vi è al di sotto della superficie visibile e di distinguere, ad esempio, differenti strati di pittura fino a individuare il disegno preparatorio, quando è presente e non coperto da materiali non permeabili all’infrarosso. Un metodo che ci consente di mettere tutte le immagini a confronto tra loro e di avvicinare le riprese che riproducono il visibile all’effetto di percezione dell’occhio umano e alla forma più prossima a quella reale. Così possiamo stabilire tra loro un rapporto corretto». L’elaborazione finale avviene al computer che rivela i cosiddetti falsi colori: «Colori che ci consentono, attraverso apposite tabelle di confronto diverse per ogni tecnica e complementari tra loro, di procedere all’individuazione degli elementi costitutivi dei differenti pigmenti». E quindi della datazione di quel frammento come delle origini del colore». Se, insomma, si tratti di un colore «originale» di Leonardo o se sia, invece, il frutto di uno dei tanti restauri a cui il Cenacolo è stato sottoposto negli anni. «Servirà ancora tempo per elaborare definitivamente i risultati — spiega Manuela Daffra, a capo della direzione regionale Musei Lombardia — ma qualche buon segnale c’è già». Proseguendo una storia costellata di colpi di scena, questa pittura murale, l’unica rimasta di Leonardo, potrebbe svelare altri misteri. I più interessanti potrebbero riguardare i colori

o, meglio, la storia dei colori: «Scoprire che un certo verde è stato fatto con manganese e piombo ci confermerebbe che venne scelto proprio da Leonardo, mentre un’altra formula ci potrebbe far pensare che sia opera di qualcuno dei restauratori che si sono accaniti su quella superficie, sin dalle origini fragilissima e tormentata».

Tra le tante ipotesi (ancora da verificare) un’altra potrebbe riguardare invece il metodo. Le ricerche eseguite a fine giugno potrebbero, ad esempio, dimostrare che Leonardo era molto più sintetico, e in qualche modo più moderno, rispetto a quello che potevamo immaginare osservando i disegni preparatori oggi nella Biblioteca reale del castello di Windsor. Da una parte, un Leonardo minuziosissimo nei disegni preparatori; dall’altra, un Leonardo più essenziale quando deve passare dalla carta al muro.

L’impalcatura (coperta da un pesante panno nero per evitare ogni possibile danno) è stata montata solo per pochi giorni, giusto il tempo di una breve chiusura al pubblico che, dopo la pausa imposta dalla pandemia, sembra essere tornato ancora più innamorato e appassionato di quel capolavoro così impalpabile eppure così straordinario, così indescrivibile eppure così presente nel cosiddetto «immaginario collettivo», così lontano nel tempo eppure così capace di ispirare ancora la contemporaneità di artisti come Andy Warhol, Anish Kapoor, Robert Longo, Masbedo, Nicola Samorì, Wang Guangyi, Yue Minjun.

Dopo la chiusura forzata ad Annette Keller è stato dunque affidato, prima di tutto, un controllo aggiornato sull’attuale stato di salute del capolavoro. D’altra parte, dal 1999, anno di conclusione dell’intervento ventennale condotto da Pinin Brambilla, «ci si è sempre posti — sottolinea la direttrice del Cenacolo vinciano, Michela Palazzo — l’obiettivo di prevenire i danni che potrebbero condurre a un ennesimo intervento» . Aggiornando, man mano che si evolvevano, le tecnologie di controllo e diagnosi sul dipinto, monitorando la qualità dell’aria nel Refettorio (prima del Covid erano 430 mila visitatori all’anno per una media di circa 1.200 ingressi al giorno) e gli aspetti statici della parete fragilissima e tormentata dell’Ultima Cena.

Grazie al supporto del Rotary Club Milano Sempione, l’Ultima Cena è stata così sottoposta alle cure di Keller. E alle indagini che, appunto, «dovranno rilevare l’eventuale presenza di tracce non percepibili con la luce visibile presenti sul dipinto di Leonardo e che andranno ad integrarsi con quelle già in corso ad opera del Cnr e dell’Icr (Istituto centrale per il restauro). Una ricerca e un progetto che vogliono superare le difficoltà legate all’estrema fragilità del dipinto sin dalle origini funestato dalle infiltrazioni di acqua, dall’esposizione a Nord, da uno spessore ridottissimo. Ma che nascono da motivi anche tecnici e di fruizione.

A partire dal mese di luglio è stato infatti gradualmente incrementato il numero di visitatori ammessi all’interno del Refettorio fino ad arrivare (sabato 25 luglio) a un numero massimo consentito di 18 persone ogni 15 minuti. E proprio la forzata brevità della visita all’Ultima Cena ha reso necessaria la realizzazione di una fase complementare «per dare alla permanenza all’interno del Cenacolo una durata sufficiente a consolidare l’esperienza e aumentare la soddisfazione del visitatore».

Un’idea che potrebbe trovare forza nel metodo Keller, utile sia per il monitoraggio dell’opera nel tempo, sia «per una fruizione alternativa da parte dei visitatori di contenuti complementari relativi all’opera» attraverso schermi e touch-screen. E poi il refettorio non è solo Leonardo: di fronte all’Ultima Cena sta la coeva Crocifissione di Donato Montorfano, schiacciata dal confronto come le Nozze di Cana del Veronese dalla Gioconda leonardesca nella Salle 711 del Louvre. Della Crocifissione la spolveratura totale della parete realizzata durante le chiusura ha evidenziato necessità conservative «non drammatiche ma urgenti» e ha permesso di apprezzare le qualità dell’opera. Tra poco sarà così avviato il restauro di questo grande affresco, un lavoro che il pubblico potrà seguire in diretta, da una prospettiva ravvicinata. Un restauro, quello della Crocifissione e dei dipinti murali del refettorio, integralmente finanziato dal ministero della Cultura e che potrà contare sugli stack di Annette Keller.

Corriere della Sera STEFANO BUCCI

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