Racer, il corridore ovvero il “Tema di Sabrina”

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Racer (Il corridore)
Si dice che non esistano vincitori o perdenti nati. Sarà, ma io la penso diversamente.
C’è chi nasce con tutte le fortune e chi nasce con niente. È inutile negarlo.
Quelli che mi conoscono dicono che sono fortunato e, per un certo periodo, l’ho creduto
anch’io. Povero ingenuo, li ho creduti ciecamente. Ora vedo le cose con maggior chiarezza.
Più sei giovane, più forte è l’illusione. E io ero giovane. Non avevo ancora gareggiato.
Come avrei potuto collegare al mio onnipotente Padrone l’anno di solitudine che avevo
trascorso? Era forse colpa sua se vivevo in una gabbia? Forse la mia stupidità derivava dal
mio insostenibile ritmo di vita. Ero costretto a lavorare di continuo e mi concedevano
solamente poche ore di sonno la notte. Non avevo neppure il tempo per pensare e, quando pensavo, le mie fantasie erano sempre le stesse: correre più veloce di quanto un cane abbia mai corso, di giungere primo al traguardo e affondare i denti nella preda.
Mi chiamavano “Atleta”. Il mio nome è “Dark Silver”. Mia madre si chiama “Tropical Punch
from Paradise” e mio padre “Midnight Sun”. Il mio padrone diceva che ero di purissima razza e che un giorno sarei stato un campione e gli credevo. Non ridete. Ero solo un cucciolo. Non sapevo nulla della vita.
Sapevo che in una gara poteva esserci un solo vincitore. Gli umani raccontano ai loro figli
che tutti sono vincitori. È una fesseria. Certo, ciascuno ha il proprio obiettivo personale che vuole raggiungere, ma il fine ultimo per tutti noi è riuscire a essere il migliore. Di vedere la pista libera davanti a noi e sapere, sentirsi nelle ossa, che ci bastano poche falcate per superare il traguardo… prima di tutti gli altri. M’illudevo di essere QUELLO che ce l’avrebbe fatta. La notte, sognavo i miei successi e i miei sogni mi caricavano durante il giorno.
Credevo di essere invincibile e lo credeva anche il mio Padrone. Continuava ad allenarmi
fino quando la mia pelle non riusciva a contenere altra massa muscolare e i cuscinetti delle
zampe erano duri e spessi. Non sentivo più dolore alle gambe e non mi mancava più il
respiro dopo un pesante allenamento. Evitavo gli altri cani, perché mi concentravo
totalmente per diventare il campione dei campioni, la stella che non sarebbe mai tramontata, un ricordo che non sarebbe mai svanito.
Che ingenuo!
Il mio Padrone aveva così tanta fiducia in me da iscrivermi nella principale gara dell’anno,
quando avevo soltanto 15 mesi. Ero talmente pieno di arroganza che, anche se l’avessi
saputo, non credo mi avrebbe preoccupato molto. Tutto quello che volevo era vincere.
Come di consueto, mi hanno rinchiuso nella gabbia di partenza, con gli altri cani. Un’ondata di piacevoli odori ha raggiunto il mio naso come un’onda di marea e, per un attimo, mi girava la testa. Potevo sentire il respiro dei miei rivali attraverso le griglie che ci separavano.
Respiravo forte attraverso la museruola e sentivo ogni muscolo formicolare per l’eccitazione.
Questo era IL MOMENTO!
Il rumore dello sparo è esploso sopra di me e sono schizzato via, una scia di argento scuro
in un mare di bianco e marrone. Le mie zampe volavano sull’erba leggera, come gabbiani
sopra l’acqua, sfiorando appena il terreno. I miei muscoli si contraevano e distendevano, le gambe si allungavano più di quanto mai avessero fatto in passato. Pensavo si potessero
spezzare! Volavo sopra la pista come un’aquila, il naso nell’aria, il cuore leggero come un
uccello. Nessuno, pensavo, avrebbe potuto battermi, nessuno. Ero invincibile, intoccabile.
La preda era MIA!
Non dimenticherò mai il momento in cui la piccola lepre bianca è scomparsa dal mio campo visivo, nascosta da qualcosa di più grande.
Il cane ringhiava, mostrandomi i denti. Anche lui era grigio. Non argento come me,
semplicemente grigio. Ho ringhiato anch’io.
Stormcloud correva davanti a me, più veloce di quanto potesse correre un cane.
Ho fatto il possibile per raggiungerlo, sforzando le mie gambe fino allo spasimo. Guaivo per il dolore. Era veloce, ma il mio cuore mi diceva che io ero più veloce.
Altri due cani mi hanno sorpassato, ringhiando come lupi. Ho cercato disperatamente di non perdere terreno. Le loro zampe mi buttavano terra negli occhi. Ora correvo alla cieca e le gambe mi scoppiavano.
Improvvisamente, ho sentito un dolore così lancinante alle gambe da sembrare irreale. Sono crollato a terra, le zampe hanno ceduto sotto il mio peso e il mio naso è finito nella polvere.
Sulla lingua ho sentito il sapore del sangue. Il rumore di tuono che sentivo nelle orecchie
proveniva da dodici serie di zampe, in corsa verso il traguardo. Ho chiuso gli occhi, perso nel buio.
Ricordo che mi sembrava ci fosse troppa luce e mani che mi toccavano con delicatezza. Il
rombo delle zampe dei miei rivali era sparito. Il mio Padrone stava parlando all’uomo che mi teneva fra le braccia.
“… allora, non c’è alcuna possibilità di recupero?”
“Ho paura di no” rispose tristemente l’uomo. “Questo cane non potrà più correre”.
C’è stato un lungo silenzio. Il più lungo della mia vita.
Infine, il mio Padrone disse: “Allora, dovrà essere soppresso”.
Sabrina Nicole Lachman

…..
There are no born winners or losers, they say. Well, I knew differently.
There are those who are born with everything and those who are born with nothing. There is no point denying it.
Those who are close to me say I am fortunate, and, for a time I believed them. Poor fool that I was, I believed them blindly. Now, I see things more clearly. The younger the deluded, the more successful the illusion, and I was young. I had not yet raced.
How could I have ever connected the years of solitude I’d endured with my omnipotent Master?
What did it have to do with him that I lived in a cage? Perhaps my stupidity was due to my vicious schedule. I was worked around the clock, and left to sleep for only a few hours each night. I had no time to think, really, and when I did, my fantasies were all about running faster than any dog had run before; of crossing the finish line first and finally sinking my teeth into the lure.
They called me an ‘athlete’. My name is ‘Dark Silver’. ‘Tropical Punch from Paradise’ was my dam and my sire was ‘Midnight Sun’. My master said I was pedigree and that one day, I would be a champion. I hoped I would be. Don’t laugh, I was only a puppy. I knew no better.
I knew there can only be one winner in a race. The story humans tell their children about everyone being a winner is rubbish. Sure, everyone has a personal goal they’d like to reach, but the ultimate goal for all of us is becoming better than everyone else. Of seeing the track clear before you and knowing in your bones that in only a few more strides you will cross the finish line… before everyone else. I fancied myself as the ONE dog who would make it. I dreamed about my success at night, and my dreams gave me strength to go on during the day. I believed I was invincible, and my Master did, too. He worked me until my skin could hold no more muscle, and my paws were rough and thick. My legs stopped aching and I no longer gasped for air after a heavy training session. I avoided the other dogs, so focussed was I on being the ultimate champion, a star that never faded, a memory that
never died.
Fool.
My Master had such faith in me that he signed me up for the biggest race of the year when I was only fifteen months old. Even if I had known, I doubt I would have minded, full of arrogance as I was.
All I wanted to do was win.
As usual, I was penned in at the starting line with all the other dogs. A host of wonderful smells reached my nose like a tidal wave and, for a moment, my head swam. I could hear the ragged breathing of my rivals through the fences that separated us.
I breathed heavily through my muzzle and felt every muscle tingle with excitement. This was IT.
The sound of the gun exploded above me and I was off, a streak of dark silver among a sea of brown and white. My paws flew over the soft grass like seagulls over water, skimming the ground with barely the lightest touch. My muscles bunched and flexed, my legs stretching farther than they had ever before, until I thought they would break. I flew like an eagle above the track, my nose to the wind, my heart as light as a bird. No-one, I thought, could ever defeat me, no-one. I was invincible, untouchable. The lure was mine.
I shall never forget the moment the small white lure was gone from my field of vision, blocked out by something larger.
The dog snarled, baring his teeth at me. He was gray, too, but not silver; just gray. I snarled back at him.
Stormcloud raced ahead of me, faster than any dog should go.
I strained to catch up, pulling my legs so hard I whimpered in pain. He was fast; but I knew in my heart that I was faster.
Two more dogs passed me, snarling like wild wolves. Desperately, I tried to catch up. Their paws kicked dust into my eyes. I ran blindly now, and my legs began to ache.
Suddenly, a pain so excruciating it seemed hardly real sliced through my legs. I collapsed onto the ground, my paws buckling beneath me, my nose ramming into the soil. I tasted blood on my tongue.
The thunder in my ears came from twelve sets of paws, racing across the finish line. I closed my eyes, and was lost in blackness.
I remember thinking that there was too much light. Hands were holding me gently, and the thunderous sound of my rivals’ feet had gone. My Master was talking to the man who held me in his
arms.
‘…so there is absolutely no hope of recovery?’
‘None at all, I’m afraid’ my carer replied grimly. ‘This dog will never race again.’
There was a long silence. The longest of my life.
Finally, my Master said ‘Then he will have to be put down.’
Sabrina Nicole Lachman

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