Ah, che scosse hai dato all’arte!

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“Ah, che scosse hai dato all’arte!”

Questo è il titolo che Francesca Maria Moreni, figlia dell’artista, insieme agli eredi di gran parte delle opere, ha voluto dare, con espressione fresca e umorosa, a una mostra il cui compito principale sta proprio nel rivendicare il ruolo svolto da Moreni, instancabile nell’infliggere scatti innovativi al percorso dell’arte italiana, ed europea in generale, per tutta la seconda metà del Novecento.

Una rassegna, quindi, che intende essere sintetica, condotta per sommi capi e capolavori significativi, ma tale da tracciare appieno le tappe di uno svolgimento sempre eversivo, sorprendente, spiazzante, fino al punto da rendere perplessi i critici, non preparati a tanta ginnastica mentale.

Quattro in sostanza sono le scosse che Moreni (1920-1999) ha saputo imprimere all’andamento della nostra arte. Tra la fine dei ’40 e i primi ’50 ha proceduto a spazzar via tutti i cascami di un postimpressionismo stanco e di un postcubismo ancora troppo aneddotico, ricorrendo a un’astrazione geometrica essenziale, ma anche enigmatica e sfuggente, in bilico tra l’organico e l’inorganico. Poi su quell’impianto schematico si è abbattuta l’ondata dirompente dell’Informale, di cui Moreni è stato uno dei grandi protagonisti nell’intero ambito occidentale, accanto a Fontana, Morlotti, Burri, Vedova per l’Italia, pronto ad occupare, a Parigi, le stesse pareti riservate a Fautrier, a Dubuffet, ai Cobra, agli Espressionisti astratti statunitensi.

Ma è inevitabile che ogni esplosione in seguito subisca una pausa, e così dopo quella fase distruttiva egli ha sentito che da quella gleba primigenia bisognava far rinascere qualcosa, un frutto, un prodotto, ed ecco allora spuntare le angurie, in segreta sintonia con gli oggetti proposti da un capofila della Pop Art come Oldenburg. Ma già da lui era pronta a partire un’altra scossa, corrispondente allo scandalo inaudito di cui fu capace, centocinquant’anni fa, Gustave Courbet, proponendo Le commencement du monde, ovvero, vista da vicino, in incalzante primo piano, la vagina da cui nasce la vita animale e umana. Le angurie di Moreni ripetono lo stesso mistero sacrale fendendosi e divenendo l’organo femminile, e così risalendo davvero alle fonti di eros, laddove tanti suoi coetanei nei loro tardi anni si chiudevano nella ripetizione conforme e contegnosa.

Ma dagli ’80 in su Moreni fu pronto a darci un’ennesima scossa, avendo scoperto che, nella sua Romagna prediletta, era in corso un’orrida e nello stesso tempo esaltante ibridazione, l’anguria, cioè il frutto naturale, quasi un feto umano, viene avvolto nella plastica per farlo crescere più in fretta. Da quel momento biologia e tecnologia si intrecciano, si contaminano, l’essere umano diviene come l’involucro traslucido di un insetto, lasciando scorgere al suo interno le numerose protesi elettroniche che gli vengono applicate. Stiamo andando verso nuovi destini, non si sa se fasti o nefasti, e dunque il discorso dell’arte si deve fare schematico, innalzare feticci, idoli, accompagnandoli con riflessioni, appunti, sentenze.

Le icone e le parole sono da riportare a un matrimonio reciproco, come in quegli anni stavano facendo i Graffitisti statunitensi, non per nulla detti anche Writers.

Quest’ultima scossa impartitaci da Moreni, in una produzione frenetica ricca di un centinaio di dipinti, merita di diventare materia di pubblica riflessione, un compito cui dovrebbe attendere, se non troppo distratta da eventi marginali, una prossima Biennale di Venezia o qualsiasi altro evento espositivo di vasta portata. ( Renato Barilli)

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