“Visita a Gandhi” di Giovanni Papini

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Da Luigi Ciampolini riceviamo e pubblichiamo

Tratto da “ GOG “ di Giovanni Papini 1931

Non volevo lasciar l’India senza aver visto il più celebre indiano vivente e sono andato, due giorni fa, al Satyagraha-Ashram, domicilio di Gandhi.

Il Mahatma mi ha accolto in una stanza quasi nuda dov’egli, seduto in terra, stava meditando a un arcolaio inoperoso. M’è sembrato più brutto e più scarno di quel che non appaia dalle fotografie.
– Voi volete sapere, mi ha detto fra l’altro, perché desideriamo mandar via gl’inglesi dall’India. La ragione è molto semplice: son gli stessi inglesi che mi hanno insufflato quest’idea prettamente europea. Il mio pensiero s’è formato durante un lungo soggiorno a Londra. Mi sono accorto che nessun popolo europeo sopporterebbe d’essere amministrato e comandato da uomini d’un altro popolo. Negli inglesi, soprattutto, questo senso di dignità e dell’autonomia nazionale è sviluppatissimo. Non voglio più inglesi in casa mia appunto perché assomiglio troppo agli inglesi. I vecchi indiani si curavano poco delle faccende terrestri e tanto meno della politica. Immersi nella contemplazione dell’Atman, del Brahman, dell’Assoluto, essi desideravano unicamente di fondersi nell’Anima unica dell’universo. Per loro la vita ordinaria, esterna, era un tessuto d’illusioni e l’importante era di liberarsene presto – prima coll’estasi e poi colla morte. La cultura inglese, e in genere occidentale, – importata qui per effetto della conquista – ha cambiato la nostra concezione della vita. Dico nostra per dire quella degli intellettuali ché la massa è rimasta, per secoli, refrattaria al messaggio europeo della libertà politica. Il primo ad essere totalmente impregnato d’idee occidentali sono stato io – e sono divenuto la guida degli indiani appunto perché meno indiano d’ogni altro mio fratello.

“ Se leggete i miei libri e seguite la mia propaganda vi apparirà chiaro che i quattro quinti della mia cultura e della mia educazione spirituale e politica sono d’origine europea. Tolstoi e Ruskin sono i miei veri maestri. Il Cristianesimo ha ispirato, più che il Giainismo, la mia teoria della non resistenza. Ho tradotto Platone, ammiro Mazzini, ho meditato su Bacone, su Carlyle, su Bohme, mi son giovato di Emerson e di Carpenter. Le mie idee sulla necessità della disobbedienza mi vengono da Thoreau, il saggio solitario di Concord; e la mia campagna contro le macchine è la ripetizione di quella che i Sudditi, cioè i seguaci di Ned Lud, fecero in Inghilterra dal 1811 al 1818.

Perfino la poesia dell’arcolaio m’è apparsa leggendo, nel Faust di Goethe, l’episodio di Margherita. Come vedete le mie teorie non devon nulla all’India ma tutto all’Europa e specialmente a scrittori di lingua inglese. Figuratevi che soltanto a Londra, nel 1890, io studiai la Bhagavad Gità per suggerimento di Mrs Besant, un inglese! E se propugno, oggi, l’unione tra indù, maomettani, parsi e cristiani non fo che seguire il principio dell’unità religiosa, proclamato dalla Teosofia, creazione prettamente europea. Ed è superfluo aggiungere che la mia condanna delle caste deriva dai principi d’eguaglianza della Rivoluzione Francese.

“ La storia dell’Europa nel secolo XIX ebbe su me un’influenza decisiva. Le lotte dei greci, degli italiani, dei polacchi, degli ungheresi, degli slavi del sud per sottrarsi al dominio straniero mi hanno aperto gli occhi. Mazzini è stato il mio profeta. La teoria dell’Home Rule d’Irlanda è il modello del movimento che ho chiamato qui Hind Swarai. Ho introdotto in India cioè, un principio assolutamente estraneo alla mente indiana. Gl’Indiani, uomini metafisici e rassegnati, hanno sempre considerato la politica come un’attività inferiore: se un potere è necessario e c’è della gente che lo vuole esercitare, pensavano, facciano pure: è una briga di meno per noi. L’indiano vive nello spirito puro, aspira all’eternità. Cosa importa se qui governano rajhas indigeni o imperatori stranieri? Perciò abbiamo sopportato per secoli il domino mongolo e quello maomettano. Poi sono venuti i francesi, gli olandesi, i portoghesi, gl’Inglesi; hanno piantato fattorie sulle coste, si sono inoltrati nell’interno – e li abbiamo lasciati fare. Sono gli Europei, e soltanto gli Europei, responsabili del nostro desiderio presente di scacciare gli Europei. Le loro idee ci hanno cambiati, cioè disindianati e allora, divenuti scolari dei nostri padroni, c’è nata la voglia di non voler più padroni. Il più saturo di pensiero inglese sono io epperciò ero destinato ad essere il capo della crociata antinglese. Non si tratta qui, come vaneggiano i giornalisti europei, di lotta tra l’Occidente e l’Oriente. Al contrario: l’europeismo ha talmente impregnata l’India che siamo stati costretti a sollevarci contro l’Europa. Se l’India fosse rimasta puramente indiana, cioè verso Oriente, tutta contemplante e fatalista, nessuno di noi avrebbe pensato a scuotere il giogo inglese. In quanto fui traditore dello spirito antico della mia patria sono apparso il liberatore dell’India. Le idee europee, attraverso il mio proselitismo – preparato ottimamente dalla cultura inglese diffusa nelle nostre scuole – son penetrate ormai nelle moltitudini e non c’è più rimedio. Un indiano autentico può tollerare d’esser schiavo; un indiano anglicizzato vuol esser padrone in India come gl’Inglesi in Inghilterra. I più anglomani-com’ero io fino al 1920 – sono necessariamente antibritannici.

“Questo è il vero segreto di quel che si chiama “movimento gandhista” ma che si dovrebbe effettivamente chiamare movimento degli indiani convertiti all’europeismo contro gli europei rinnegati – cioè contro questi inglesi che morirebbero di vergogna se nel loro paese venissero a comandare i francesi o i tedeschi, eppoi pretendono governare, colla scusa della filantropia, un paese che non appartiene a loro. Ci avete cambiata l’anima – e non vogliamo più saperne della vostra presenza! Ricordate l’Apprendista Mago di Goethe? Gl’Inglesi hanno svegliato in noi il demonio della politica, che dormiva in fondo al nostro spirito di asceti disinteressati, e ora non sanno più come ricacciarlo dentro. Peggio per loro!

Un discepolo era già entrato da qualche minuto nella stanza e aveva fatto un silenzioso cenno al Mahatma. Appena ebbe finito di parlare mi alzai per lasciarlo libero, e, dopo averlo ringraziato per le inattese informazioni, tornai in automobile ad Ahmedabad.

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