Cristina Trivulzio di Belgioioso, una moderna donna dell’800

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A un certo punto della sua vita, Pamela, la protagonista del celebre romanzo eponimo di Samuel Richardson, nel cercare un nuovo lavoro, chiede che le si lasci “un po’ di tempo per la lettura”. Pamela, la donna che desidera un libro, parificandolo a un diritto, è un punto significativo in un percorso: è il segno di un’esigenza che la società coglie, attraverso le sensibili antenne di un intellettuale e che, dal Settecento all’Ottocento, acquisterà rapidamente, in ordine alla nascita di nuovi modelli di vita conseguenti all’affermazione della borghesia, una forza sempre maggiore, ingenerando un’evoluzione per cui non solo si moltiplicheranno le lettrici, come i lettori, ma le penne azzurre cesseranno di avere il dominio della repubblica delle lettere. La vicenda, poi, di questa repubblica nel Novecento fino ai nostri giorni, del suo alimentarsi anche di contributi d’eccellenza al femminile, è fin troppo nota perché la si debba rievocare qui, occorrendo, semmai, rilevare come essa si distacchi da altre vicende, ad esempio nel contesto della famiglia, dell’educazione sentimentale e del lavoro, e ne illumini l’intollerabilità. Si tratta della trincea avanzata da dove sono partiti e continuano a partire gli attacchi più efficaci contro una discriminazione senza senso, ora attraverso una produzione impegnata e militante, quale può essere il miglior romanzo di Dacia Maraini, La lunga vita di Marianna Ucrìa, per non parlare di Pane nero, della Mafai, ora per mezzo di un racconto meno ideologico, ma ugualmente ‘educativo’, quale può trovarsi in Affinità, di Sara Waters, ricco di esemplari cammini di sofferta emancipazione in un’Inghilterra vittoriana ricostruita con maestria. Sono, tutti e tre, romanzi storici, espressione, cioè, di un genere che più di altri è in grado di sostenere e proiettare messaggi intessuti di denunce e provocazioni, con una forte valenza pubblica e che, non a caso, mai come oggi si trova ad essere frequentato da scrittrici; almeno da quelle che non si collocano all’interno delle correnti inclini a considerare legittimo il solo romanzo d’invenzione, scorgendo nel ‘vero’ una sorta di gabbia e non un’opportunità da sfruttare. Naturalmente occorrerà distinguere tra chi vuol onorare una narrativa e chi, invece, vi vede solo un mezzo per catturare più facilmente un’attenzione. Sono centinaia, infatti le storie costruite su un cliché, che l’editoria, complice la perdurante crisi economica, getta sul mercato sostenendole con recensioni aprioristicamente benevole e campagne pubblicitarie degne di un cosmetico o di un detersivo di largo consumo e, del resto, fondate sulle stesse tecniche. Nel versante positivo del panorama spicca Padrona del mio cuore [Cristina Trivulzio di Belgioioso] di Maria Gisella Catuogno, che passa, nell’occasione, dalla misura del racconto a quella del romanzo, senza mostrare, ci sembra, quelle esitazioni talora ravvisabili nella pagina di quanti sperimentano moduli nuovi.
La scrittrice si mostra conquistata dal suo personaggio che, del resto, ebbe una vita intensa quante altre mai. Nata principessa Trivulzio, Cristina, dopo un’infanzia malinconica, si sposò giovanissima con Emilio di Belgioioso, un simpatico bellimbusto, impenitente dongiovanni, da cui si separò dopo aver rifiutato un ménage à trois che intendeva imporle. Indipendente, curiosa, acuta, forte e al tempo stesso vulnerabile nel suo intimo più segreto, da dove emergevano inibizioni sessuali mai sufficientemente chiarite, si legò alla causa nazionale, anche con generosi finanziamenti, tanto da cadere presto nel mirino della polizia austriaca, da cui, alla fine, non poterono più salvarla l’appartenenza a un’élite e aderenze importanti presso la stessa corte asburgica. Da qui un esilio consumato soprattutto in Francia, a Parigi, talora in mezzo a gravi difficoltà economiche, nella stimolante frequentazione di intellettuali sansimoniani e cattolici liberali, nonché di grandi artisti, da Bellini a Listz a de Musset a Balzac, in salotti prestigiosi, come quello di M.me Récamier.
Bella di una bellezza intrigante, quale mette in evidenza un celebre ritratto di Francesco Hayez, che ne coglie magistralmente il massimo femminino, l’inafferrabilità, Cristina fu desiderata da schiere di uomini, di cui tuttavia rifiutò leavances, quando le giudicò disancorate da sentimenti importanti, unendosi a lungo solo allo storico François Mignet, che fu verosimilmente il padre della sua unica figlia. Il suo ritorno in Italia, nel 1845, coincise con lo svolgimento di una vasta attività filantropica, cui si affiancarono l’attività giornalistica, già iniziata in Francia con la “Gazzetta italiana”, e i contatti con il mondo intellettuale,  in particolare con il fiorentino Gabinetto Viesseux. Freddi furono, invece, i suoi rapporti con Manzoni. Proseguì, peraltro, la sua battaglia politica, nel non facile clima dell’Italia degli anni Quaranta. Fu interlocutrice di Mazzini e di Luigi Napoleone, fautrice di ideali repubblicani e tuttavia consapevole della necessità di sostenere Carlo Alberto in un cammino realistico verso l’indipendenza e l’unità della patria. La Repubblica Romana la trovò in prima fila, organizzatrice degli ospedali militari. Quindi fu di nuovo l’esilio, prima a Malta, poi in Turchia, per sei anni, fino al ritorno definitivo in Italia, nel 1855. Cristina morì nel 1871, appartata per scelta, mentre si consumavano in un mesto tramonto l’atmosfera del Risorgimento e quel Romanticismo che, insieme ad una genuina sollecitudine di ascendenza sansimoniana e cristiana verso i più umili, aveva ispirato i momenti più significativi della sua esistenza.
            Di questa vicenda, la Catuogno fa un affresco che trova il suo equilibrio e le sue ragioni assolute durante il lavoro di scrittura: cosa tutt’altro che scontata, se atmosfere e personaggi, come nel caso che ci riguarda, sono inseriti in un plotlargamente prefissato. Ma il fatto è che quando si fa buona narrativa, si fa, appunto, scrittura ed in essa si risolve la pagina, in cui rinasce anche la mano della Provvidenza o il capriccio del caso o la filosofica “astuzia della storia”, all’interno di una creatività che è debitrice solo del retroterra culturale, dell’immaginario e delle pulsioni emotive dell’autore. Quale sia il retroterra della Catuogno ce lo dicono la sua biografia e i suoi precedenti artistici: nata in un luogo dove la natura è essa stessa aedo, l’isola d’Elba, regolari e proficui studi letterari, un lavoro di insegnante, passioni accese su diversi fronti per tutta la vita, amore sconfinato per i figli. E una coraggiosa inquietudine che, dapprima con timidezza e poi con un piglio sempre più sicuro, la conduce alla letteratura, alla poesia e alla prosa, cui dà molto sentimento, molta elegia, molto rammarico per la natura violata in ogni modo e in ogni senso e figure di donne, sempre vere, cioè riconoscibili in una scheda anagrafica reale, eppure ricreate: le sue migliori realizzazioni, a nostro avviso. Delle schegge di autobiografia, infallibilmente. Così come deve leggersi, in fondo, Padrona del mio cuore nei suoi brani meno descrittivi, quando la nobildonna è davanti allo specchio, eccitata (c’è un istante di meraviglia che non può che catturare anche il più disattento dei lettori) o passiva o stanca fino alla prostrazione o in piedi dopo una resurrezione, costantemente se stessa nella cifra della lotta contro tutto quello che non dovrebbe esserci al mondo, la sopraffazione, l’ingiustizia, l’amore negato, il pregiudizio, il disconoscimento della dignità, l’emarginazione di genere. Ma si può parlare anche, e forse più propriamente, di autoanalisi, finalizzata a un tentativo di mettere ordine in un groviglio di pensieri, conducendo a ciò la sintassi sobria, sebbene mai sciatta: traccia bianca sul nero di una lavagna, peraltro saggiamente indifferente allo “scarto tra sentimento e parola, tra vita e linguaggio”, per seguire Marziano Guglielminetti in una parafrasi del Bergson; scarto che lo stesso Bergson ritiene, a ragione, inevitabile, lasciando al lettore il compito di motivarlo.Padrona del mio cuore è il romanzo di uno scrittore, come, a negare alla radice l’esistenza di un doppio binario per tenersi esclusivamente sul piano della qualità, che non è né maschile né femminile, né rossa né nera, né settentrionale né meridionale, amava definirsi Elsa Morante.
                                                                                                                                   Gianfranco Vanagolli