Cosa cambierà in India con le nuove elezioni?

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La vittoria del partito del Congresso, che era già al potere, e dei suoi alleati nelle ultime elezioni in India fa ben sperare per le riforme economico-politiche del paese.

La nuova situazione

Il partito del Congresso è guidato ufficialmente dall’economista prestato alla politica Manmohan Singh, ma di fatto da Sonia Gandhi, appartenente alla famiglia Nehru, che è uno dei protagonisti della politica indiana fin dalla fine dell’Ottocento e che ha dato al paese tre primi ministri.
Dalle elezioni escono sconfitte due formazioni: i comunisti, che hanno contrastato le riforme economiche e politiche e si sono opposti all’accordo di collaborazione nucleare tra India e Stati Uniti, e il partito nazionalista indù, il Bjp, Bharatiya Janata Party.
Per il futuro, il risultato elettorale indica che il primo ministro Singh, destinato a rimanere in carica almeno per i prossimi due anni, proseguirà e forse amplierà l’apertura dell’economia indiana, preoccupandosi allo stesso tempo dei problemi dei poveri e degli altri esclusi dallo sviluppo dell’India. Importante è anche il fatto che il partito del Congresso è sufficientemente forte sotto il profilo dei numeri da non aver bisogno del sostegno di alleati politici ed è dunque nelle condizioni di far approvare le sue nuove proposte politiche.
Un’altra conseguenza probabile è che la famiglia Nehru darà all’India un quarto primo ministro, anche se non immediatamente, ma nel giro dei prossimi due anni. Si tratta di Rahul Gandhi, figlio di Rajiv Gandhi, nipote di Indira Gandhi e pronipote del primo capo di governo indiano, Jawaharlal Nehru.

I motivi dietro la sorpresa

Il risultato elettorale è sorprendente per due ragioni. Per tradizione, le elezioni indiane sono caratterizzate dal fenomeno del voto contro il governo in carica, di norma i politici che hanno avuto responsabilità di governo sono estromessi dal potere. Questo è il primo governo in quaranta anni a essere stato rieletto dopo aver completato la legislatura.
Il secondo motivo di sorpresa è che il voto contro il governo in carica è stato accantonato in un momento di crisi economica globale. L’India è stata certamente colpita dalla crisi, ma meno di altri paesi, come ho spiegato in altri miei interventi (Coupled Economies, Decoupled Debatese Why this Financial Crisis Could Have Been Worse). Sebbene in calo rispetto al tasso del 9 per cento annuo del periodo pre-crisi, anche quest’anno la crescita si attesterà comunque sul 5,5-6 per cento. Inoltre, l’India rurale, dove vive la gran massa degli elettori, ha avuto un buon andamento. L’agricoltura indiana, che è rimasta relativamente isolata dall’economia mondiale, appare in ripresa (cinque anni di monsoni favorevoli hanno avuto la loro parte in questo) e persino prospera – le vendite di cellulari e di veicoli a due ruote sono state vivaci. Il piano di garanzie per l’occupazione nelle campagne, promosso da Sonia Gandhi, ha migliorato le condizioni economiche delle aree rurali e favorito i programmi di inclusione sociale. Il governo del partito del Congresso ha beneficiato enormemente di tutti questi fattori economici.
Sul piano internazionale, il risultato delle elezioni in India e l’andamento della sua economia nel corso della crisi solleva la questione del merito che va riconosciuto alla via indiana alla globalizzazione: al contrario dei paesi dell’Europa orientale, non fa eccessivo ricorso alla finanza estera, e a differenza della Cina non confida eccessivamente sulle esportazioni. Una globalizzazione “alla Riccioli d’oro”, nella giusta misura, e una democrazia dinastica: è questo il modello che l’India offre al mondo.

Arvind Subramanian, collaboratore della “Voce.it”.

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