Sognando una California unita

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“Sono tutti comunisti in California” mi avvertì un vicino di casa una trentina di anni fa quando gli annunciai che mi preparavo ad abbandonare il New Jersey per il Golden State.
Il mio vicino si sbagliava allora e continuerebbe a sbagliarsi dato che la California non era una sola ma parecchie. Con una popolazione di più di trentasette milioni di abitanti lo Stato-nazione si trova in un certo senso fratturato politicamente.
Le divisioni fra nord e sud sono note. La zona di San Francisco e la sua baia sono generalmente considerate molto liberal. La città di Los Angeles e la sua zona metropolitana invece si trovano in una situazione politica più conservatrice come pure la zona di San Diego. Ovviamente le grosse città della California sono sulla costa del Pacifico mentre nella grande vallata centrale le città sono per la maggior parte piccole se si eccettua Fresno. Politicamente la vallata  si trova molto più a destra.
Nelle elezioni nazionali il Golden State fa parte dei tradizionali “blue states” che votano per il partito democratico com’è avvenuto nell’elezione del 2008. Ciò riflette in grande misura le iscrizioni ai partiti. Il quarantacinque percento dei californiani fa parte del Partito Democratico, il trentuno percento sono repubblicani, e il venti percento sono indipendenti.
Il governo statale però è un’altra cosa. Il governatore è Arnold Schwarzenegger, un repubblicano, mentre la Camera ed il Senato statali sono nelle mani dei democratici. Ciò crea anche altre fratture annuali dato che il governo deve preparare un bilancio statale senza deficit. Le lotte fra i democratici e i repubblicani sono famosissime anche perché il governatore, nonostante faccia parte del partito di minoranza, ha delle vedute sociali molto diverse dal GOP. Infatti, alcuni repubblicani di destra lo chiamano un RINO (Republican in name only), repubblicano solo di nome.
I conflitti sul bilancio sono anche causati dal fatto che la costituzione californiana richiede i voti dei due terzi dei legislatori di ambedue le camere per l’approvazione. La stessa legge si applica per qualunque aumento di tasse. Si ha dunque una situazione in cui la minoranza repubblicana riesce spesso a prolungare le negoziazioni finché una manciata di repubblicani decide di votare con i democratici.
Il fatto che due terzi dei legislatori sia necessario per approvare il bilancio annuale ha causato grossi guai al governo statale creando paralisi politiche. Si sta parlando di una convenzione statale in cui si cercherebbe di riformare la costituzione onde creare un sistema più efficiente.
I californiani non hanno molte speranze come riflette un sondaggio sulle loro opinioni sull’attuale governatore. L’inchiesta, condotta dal Los Angeles Times e l’Università della California del Sud (LA Times/USC) ha scoperto che solo il trenta percento ha un’opinione favorevole del loro governatore. Ciò contrasta notevolmente con l’opinione del presidente Barack Obama il quale riceve il sessanta percento dei consensi californiani.
Al livello statale però nessuno dei leader democratici si trova in buona posizione per rimpiazzare Schwarzenegger il cui mandato scade l’anno prossimo. Al momento, il leader  delle primarie democratiche, sembra essere Jerry Brown, l’attuale procuratore generale, già governatore dello Stato fra il 1975 e il 1983. Nel campo repubblicano i due leader sembrano essere Tom Campbell, moderato, ex parlamentare, e Meg Whitman, l’ex dirigente di eBay. Il sondaggio del LA Times/USC ha rivelato però che due terzi dei californiani non ha nessuna impressione dei due.
Quando Schwarzenegger divenne governatore nel 2003 si spiegò la sua elezione con l’idea dell’antipolitica. L’ex attore di Hollywood si presentò all’elettorato come il vento nuovo che avrebbe risolto i problemi statali. Sei anni dopo però i californiani sceglierebbero un politico di professione con esperienza governativa. Brown sarebbe al momento il preferito ai suoi avversari repubblicani. Ciò sarebbe un buon presagio per colmare alcune delle fratture californiane dato che si crede che il controllo delle due camere rimarrà nelle mani dei democratici. Ma anche se il potere esecutivo e legislativo è controllato dallo stesso partito non significa la fine della paralisi politica come è evidente anche al livello nazionale dove la minoranza repubblicana ostacola con notevole successo gli sforzi della maggioranza.

Domenico Maceri

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