L’Italia non sa quanto vale il suo tesoro (e non lo sfrutta)

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Una rivoluzione silenziosa entra nei musei e fa appello agli articoli 9 e 97 della Costituzioni italiana. Cultura e equilibrio di bilancio nella pubblica amministrazione hanno pari dignità per la Carta. «Le fonti normative per far funzionare in modo proficuo e sostenibile sia culturalmente che economicamente i musei statali ci sono tutte e la valorizzazione è un dovere» spiega Marco Cammelli, professore Emerito di Diritto Amministrativo nell’Università degli studi di Bologna. Ma se la cultura giuridica è presente nei beni culturali non sembra esserci la cultura dei numeri: i dati della Ragioneria dello Stato, del Mef e quelli statistici del Mibact sono sottostimati e non completi. Questo porta a una sottoutilizzazione del patrimonio culturale spiega Antonio Lampis alla guida della Direzione generale musei. Sono 53 milioni le persone che nel 2018 hanno visitato i musei italiani generando proventi dai visitatori per circa 280 milioni di euro (dando lavoro a 117mila persone), in 5 anni cresciuti del 45%, ma quasi tutti concentrati sulla biglietteria. «La gestione attiva del patrimonio può creare molti posti di lavoro con una governance partecipativa e multilivello, soprattutto per chi sceglie materie umanistiche. Per questo la Direzione lavora agli indirizzi per lo sviluppo delle attività economiche praticabili nei musei e all’implementazione della figura del curatore e avrà bisogno di giuristi ed economisti». (da “Il Sole 24 Ore”)

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