Che democrazia, quella americana!

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Che democrazia, quella americana! Sono ancora vive le immagini trasmesse in tutto il mondo (e anche il nostro giornale on line, per la prima volta nella sua recente storia, lo ha fatto per rendere un servizio ai nostri cari lettori che puntualmente ci seguono) della cerimonia di giuramento del nuovo presidente degli Usa. E un mare di folla ha seguito quei momenti che di sicuro saranno citati nella storia della prima potenza mondiale. Oltre due milioni di persone, eterogenee nelle individualità, nelle loro provenienze, nelle etnie (ma questa è l’America) e per chi come me che ha avuto la fortuna di ascoltare il discorso di Martin Luter King e divedere gli spettatori e gli ascoltatori di allora (che oggi saranno i padri di quei ragazzi, se non i nonni) avrà avuto la forte tentazione di fare un raffronto fra quei due momenti esaltanti della nazione a strisce bianche e rosse. Ambedue parole del discorso che si ritagliavano attorno allo stesso tema: la speranza nel genere umano, nella possibilità di cambiare, nel coraggio delle scelte, pensando ad andare avanti per far progredire la propria società. Ma si sa cosa c’era davanti al reverendo King. Da lì a qualche ora un cecchino lo attendeva sulla terrazza per sparargli in volto. Ironia della sorte per chi si era aperto al futuro: il suo (quello di Martin Luter King) era di morte, ma quale morte foriera di cambiamento che ci sarebbe stato! Che sarebbe comunque avvenuto! Ci sono voluti quasi 50 anni perché quella pianta portasse il frutto sperato, quello annunciato dalle profezie. Eppure è sbocciato; ora si tratta di aspettare e di cogliere i frutti benefici che non si scopriranno tali non solo per la stessa società americana, ma per tutta l’umanità. Almeno così speriamo. E come se riavvolgessimo indietro il nastro della nostra esperienza, rivedessimo al rallentatore i film che hanno deliziato la nostra gioventù o i libri letti (a chi non è capitato di avere tra le mani e leggere commuovendosi in alcuni punti “La capanna dello zio Tom”?) e dicessimo, rapportandoli alla nostra realtà: “Ecco, quelle aspirazioni che notavamo allora, quegli scatti di lirismo poetico esaltante e richiedente una società più giusta nei diritti umani le ritroviamo realizzate in questi momenti”. Per questo, oggi, da uomini responsabili diciamo: “Che democrazia, quella americana!”.

Una democrazia che non ha niente in comune con la nostra. Mi spiego. Il presidente uscente Busch si è messo educatamente in disparte; ha capito che il suo tempo era scaduto e che non ritornerà più; ha detto quali saranno i suoi possibili e immediati appuntamenti e quali saranno i suoi compiti. Il padre Busch invece ha espresso il desiderio di vedere quanto prima una suo discendenti nella Casa Bianca, pura e spiegabile aspirazione che chissà se si potrà realizzare. Ma eppure si è staccato dalla stanza ovale, da dove si prendono decisioni che interessano il mondo e lo ha fatto in modo diremo uguale agli altri presidenti. I Italia, invece, un atteggiamento di rinunciare alla carica perché il tempo è finito non è lo stesso. Noi sembriamo più attaccati alle poltrone e non vogliamo rinunciare agli incarichi che ci hanno dato onori e oneri. E’ impressionante questo atteggiamento. Siamo nella convinzione che il potere ha fatto un patto con il diavolo nel nostro corpo al punto da non da potervi rinunciare, ma che a tutti i costo vogliamo custodire e mantenere. Costi quel che costi. Con tutte le conseguenze per la nostra società, perché le persone che avrebbero avuto le carte in regola per poter sedere sullo stesso posto non lo fanno perché… sono diventate “anziane” anche loro, o si sono dedicati a altri lavori. E questo atteggiamento, guardate bene, non è riscontabile solo da una parte del Parlamento e l’altra no: tutti, sia di Destra e Sinistra (intesa nella maniera classica, non come oggi che non ha più consistenza e spessore politico) dimostrano lo stesso atteggiamento. Ma il rinnovamento, da noi, quando può arrivare: se il presidente di una Regione, indagato dalla magistratura, non si dimette e lascia la poltrona? Se un sindaco che si è visto inquisiti i suoi assessori rimane al suo posto? Se perfino nel Cda della Rai non si conosce il significato dell’alternanza? Lo so (o me lo immagino) se avessi la possibilità di rinvolgere queste domande agli interessati, loro addurrebbero giustificazioni tali che mi indurrebbero a pensare che la scelta loro è, attualmente, la decisioni più giusta ed equa per il “bene comune2. Sono bravi nel giustificarsi e nell’autoassolversi. Ma così non si va avanti e all’estero, anziché trasmettere quella frenesia che abbiamo avvertito in tutti coloro che hanno seguito il giuramento di Obama e che le telecamere hanno diffuso facendo fare propositi positivi e incoraggiamenti per il futuro, ci leggono e ci apostrofano con i “soliti mafiosi e camorristi”.

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