Le incongruenze della politica italiana

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 Risuonano ancora nelle orecchie le parole pronunciate da Papa Benedetto XVI, durante l’incontro con i bambini dell’Opera missionaria. Con lo stile della sua oratoria che lo contraddistingue nettamente dal suo predecessore e lo ha reso famoso in tutto il mondo, il Pontefice ha candidamente riconosciuto di avere ancora «difficoltà a capire come il Signore» possa avere destinato proprio lui a questo «mestiere». «Ma lo accetto, anche se mi sembra una cosa che vada molto oltre le mie forze; so che il Signore mi aiuta», ha aggiunto. Come se volesse dire che una cosa sono i disegni degli uomini e un’altra quelli di Dio: l’uomo che si umilia o si prostra al punto da convincersi di non essere “nulla” nell’immane lavoro che gli sta davanti agli occhi, e Dio invece dall’altra parte che lo conduce per mano lungo sentieri che sarebbero stato poco prima impensabili. Impraticabili, se affrontati solo con la propria forza. Come non meditare ancora la frase: “Per dire la verità, non avrei mai pensato di diventare Papa: sono stato un ragazzo abbastanza ingenuo in una piccola provincia dimenticata»? Quante controdeduzioni si potrebbero fare, ma stiamo in tema.

   Tutto questo mi è venuto in mente, ascoltando le notizie diffuse dai telegiornali che riguardavano la nostra politica: al centro la  figura dell’uomo di Arcore, il presidentissimo della squadra di calcio del Milan. Attaccato da una parte dal gossip che è andato a scavare nella sua vita privata (ma un uomo pubblico, quando accetta la propria nuova funzione deve vedersi sempre più ristretto il campo della sua vita privata perché qualsiasi cosa che egli faccia al di fuori dell’ufficialità è notizia che fa gola a qualsiasi tabloid scandalistico), dall’altro rispolverando una vecchia questione che il premier aveva messo bellamente in soffitto e che lo riguardava, il caso Mills, la vicenda giudiziaria che lo indica come corruttore di testimoni.

   Francamente a me poco importa delle intemperanze e  confidenze di Berlusconi nella vicenda Noemi e dei risvolti poco chiari della storia, semmai da aggiungere qualche distinguo da fare sull’età dei protagonisti se è vero che certi episodi risalgono ancora che la giovinetta raggiungesse la maggiore età. Ma ha giustamente scritto oggi sulla Stampa Barbara Spinelli quando dice che la politica è scesa di piano e che ci si dimentica dei “veri”(o presunti tali problemi)  che il nostro Paese si trova davanti, e parlare invece di “cose personali” del tipo di quelle accennate sopra. La politica è un’istituzione che ha bisogno di essere praticata nel senso pieno della parola (riferendomi all’onestà degli intenti, al servizio che si rende al Paese e all’onestà comportamentale di uomini [qui si direbbe, per usare un frasario che proviene dalla tradizione cattolica] chiamati dalla Provvidenza a condurre milioni di uomini nel percorso della storia.

   A meno che tutto l’impianto che si è voluto dare in questi anni alla politica non sia stato proprio quello, cioè della vacuità della politica, della leggerezza dei suoi contenuti, spingendo ai primi posti dei valori sociali soggetti che proprio non lo meriterebbero. Si dice che la società italiana p cambiata: che il Grande Fratello ha spinto molti giovani a tentare la fortuna nel mondo dello spettacolo; che le ragazze sono sempre più affascinate e sedotte dai nuovi miti televisivi. Un po’ lo è sempre stato: ma oggi è indubbio che si è dato al processo un’accelerazione incredibile che ci fa ritenere che il tempo che passa non tornerà più. Un’eterna giovinezza rincorsa con il camuffare, correggere, o tentare di annullare gli effetti del tempo che inevitabilmente lasciano il segno sul nostro corpo di essere mortali. Così è in moti campi, compreso quello della cultura, della letteratura (c’è qualche lettore che è in grado di suggerirmi quali sono attualmente i nuovi maestri?).

   Così, per contrappasso, passa in secondo fila un episodio che invece avrebbe meritato tutta l’attenzione della nazione. Mi riferisco  al Premio Carlo Magno – il cinquantesimo – attribuito ad Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio e professore di storia. Ne avete percepita l’onda informativa? Forse perché la comunità non ha un’organizzazione politica (o non politica nel senso sopra descritta). O semplicemente si prefigge l’obiettivo di fare il mondo «meno terribile» di quello che stiamo vivendo e di cui siamo testimoni. Naturalmente, questo non fa notizia. Almeno in questa fase della nostra storia contemporanea.