Informazione: la verità nascosta agli Italiani

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Sempre a proposito di informazione in Italia. Si fa presto a dire che ci stiamo incamminando verso un “controllo” dell’informazione; che nel nostro Paese non esiste più la “libertà di stampa”; che il passo successivo, in questa “guerra mediatica”, sarà l’accentramento del controllo della parola da parte di un solo gruppo di persone e quindi viaggiamo verso una “dittatura del potere che controllerà l’informazione”. Un po’ come successe nel ventennio fascista. Mi pare una esagerazione; anche perché rimane tale  l’affermazione, se ci rapportiamo a una generazione indietro in cui, per far controinformazione alle notizie che allora erano propinate dai mass media governativi (giornali,  ma soprattutto telegiornali e radio) bisognava fermarsi ai cancelli delle università di Roma, Milano e Firenze e prendere i ciclostili che allora gli studenti “più impegnati” politicamente distribuivano diligentemente a tutti coloro che ne facevano richiesta. Era il periodo della “controinformazione”  che impegnava i giovani a crearsi una identità civica non “allineata” con il potere costituito e avere libertà critica. Ma dov’era la libertà? E soprattutto qual era la verità?

La generazione che oggi ci governa si è formata con le libertà a mezza strada, con verità ammesse e sussurrate debolmente; si è creato delle categorie mentali su calunnie ingiuriose che hanno portato a far credere agli italiani che l’allora presidente della Repubblica Leone altri non era che l’eminenza grigia che faceva capo allo scandalo più grave della nostra Repubblica, l’ “affaire Lockheed” degli anni Settanta.  Tanto per inquadrare meglio la situazione, era il tempo in cui i media statunitensi avevano scoperto l’affare Watergate che porterà all’impeachment e alla successiva destituzione del presidente Nixon. Anche in Italia, come negli Usa, c’era uno scandalo del genere e doveva essere sacrificata la vittima sull’altare dell’informazione: questa fu la persona di Giovanni Leone; se non poi, a bocce ferme, sempre questa stessa generazione ha assistito alla cerimonia di “riparazione” contro la campagna scandalistica che fu fatta e del riacquistato onore. Troppo tardi per cospargersi il capo di cenere: ormai il danno sull’integrità morale dell’uomo era stato fatto e nessuna cerimonia, neppure la più grande e solenne lo avrebbe mai più risarcito(in termini morali) di quello di cui ci eravamo nutriti abbondantemente.  Ma come? Prima avevamo assistito gli attacchi denigratori e oggi viene riportato sugli altar lo stesso individuo? Male avevamo fatto nel credere alla parola stampata e a classificare la persona fra le figure più reiette della Repubblica e ora facevamo fatica nel liberare la mente da certe “falsificazioni” per restituire dignità (che non aveva mai perso) a un presidente della Repubblica degno della più grande considerazione.

Perché il nodo del nostro discorso sta proprio i questi termini. Per il popolino (di cui noi facciamo parte e siamo inglobati) quando la parola è scritta, come se fosse sinonimo di verità. Ritiene che la notizia sia vera, punto e basta. La Frase che sento dire in giro, nelle discussioni di piazza è questa: “L’ha scritto il giornale”, oppure “L’ha detto la televisione”, come per dire che, avendolo letto o sentito da un organo d’informazione nazionale,  la notizia non può che essere vera. Ci sono voluti secoli di Storia umana per far assimilare il concetto della parola scritta divenuta legge.  Stiamo disarcionando un principio acquisito (dare credito alla parola scritta), in uno scenario infimo, torbido, inqietante e nauseabondo. Di dominio (avrebbero detto i monaci benedettini del Medioevo) del “maligno”. Ma,  si siano fatte tutte le operazioni di controllo e di verifica che in qualsiasi redazione si fanno prima di dare in pasto al pubblico la notizia? Temo di no. Temo che, nell’Italia dell’ultimo cinquantennio, si sia pera l’abitudine di verifica. Si fa confusione tra il sentito dire e la notizia vera.  Si dà affidamento alle dichiarazioni di una velina, di una meretrice in cerca di pubblicità gratuita e la si spara in  prima pagina; si accoglie una confidenza di un oscuro personaggio che nella vita non ha fatto altro che il delatore e si dà la ribalta solo perché costui ha da dire cose infamanti contro personaggi illustri e popolari. Attenzione, dunque, e tale è stato anche l’avvertimento che ha fatto il presidente nazionale dei giornalisti italiani Lorenzo Del Boca invitando tutti a “fare un passo indietro” in questa guerra mediatica senza frontiere.

Una cosa è la calunnia, un’altra l’informazione. Troppe sono le notizie che ci vengono propinate senza che i mass media ci dicano esattamente come stanno le cose: una verità accomodata? O si dà in pasto alla pubblica opinione quella che più fa comodo a chi ci governa? E mi riferisco alla recente battaglia che si è consumata tra il Giornale (berlusconiano) e l’Avvenire (Cei).

A cosa sono valse le dimissioni di Dino Boffo direttore di Avvenire? Che gli attacchi apparsi sul Giornale sono veri? Bisogna dar credito e ascoltare come veritiere le dichiarazione che abbiamo letto a conforto e sostegno di Boffo? Ma la verità dove sta di casa? Ne abbiamo smarrito la strada?