Dalla parte dei praticanti giornalisti respinti dalle redazioni dei giornali

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L’impressione che se ne ricava è quella di una partita che si sta giocando altrove, come ha detto felicemente l’editore di “Italynews” nel suo Punto.  Altrove. Lontano dai reali contesti o fatti che ci vengono trasmessi dai mass media (alludo alla tragedia di Messina).  Manifestazione a Roma in Piazza del Popolo per la Libertà di Stampa (ma non si era detto che non dovevano sventolare nessuna bandiera di partito?). Sì, ho scritto correttamente: trecentomila manifestanti (secondo gli organizzatori, 60mila rispetto altri) sono accorsi a Roma per difendere il diritto costituzionale alla “Libertà di Stampa”. Ora, bisogna essere un tantino ferrati in Storia per  accorgersi subito che, quando a un popolo si toglie la “libertà di stampa”, il passo successivo è quello della chiusura di tutti i partiti e delle varie associazioni di pensiero, di religione, di azioni per cui significa che si viaggia a trecento all’ora verso la dittatura. Togliere la libertà di stampa è quindi l’anticamera della dettatura di una classe sull’intera comunità che forma una nazione.  Un Paese.

Mi pare che questo scenario non sia tale. Non mi sembra che l’Italia attuale sia quella del 1928; molte cose sono cambiate dall’allora e lo spirito critico e civico del cittadino non è lo stesso della generazione che ha assistito agli orrori della prima guerra mondiale. Detto questo, mi pare che sia sufficientemente chiaro il pensiero con cui ho esordito: la sensazione che gli obiettivi siano altri, che i veri scenari in cui si sta consumando una guerra guerreggiata a colpi di cannonate sia da un’altra parte e che il popolo sta passivamente assistendo a duello di questi colossi, due grandi Attori.

Cioè a dire: il popolo sovrano della democrazia nel nostro Paese, allo stato attuale, è  un assioma lontano dal confarsi alla realtà. Ovvero, noi, popolo sovrano, siamo  spettatori di una prova di forza fra gruppi finanziari, economici e di potere senza precedenti nella storia della nostra Repubblica senza avere l’opportunità di dire la nostra; per questo ho detto che la manifestazione di Roma, che io apprezzo, condivido (sto sempre dalla parte di coloro che, ritenendo di aver subito un torto, scendono in piazza per affermare il principio calpestato), oggettivamente la trova  forzata (ragionando in termini oggettivi e concreti) per il semplice fatto che non mi pare che si stia andando verso una dittatura.

Invece sarei sceso io in piazza: avrei fatto le barricate io, se si manifestava a favore di quei giornalisti che bussano alle porte delle grandi testate italiane e che chiedono giustamente un inquadramento professionale, un’occasione di lavoro e vengono educatamente accompagnati alla porta. Io sono dalla parte di tutti i praticanti giornalisti in Italia che a 35 anni sonati non sono ancora riusciti a mettere la firma su uno straccio di contratto di lavoro e che hanno avanti una prospettiva di occupazione assai labile e remota. Sono dalla parte di tutte le colleghe le quali, per essere assunti nelle redazioni, sono “costrette” a prostituirsi professionalmente, per essere “gradite” al direttore. Ma dov’è la dignità della persona? La dignità professionale? Sono dalla parte di quelle migliaia e migliaia di laureati che sfornano le nostre Università e che per trovare un lavoro che sia conforme a quello su cui hanno dedicato anni di studio sono costrette a elemosinare una briciola di considerazione.

E infine sono dalla parte di chi, amante della scrittura, altro no ha fato nella vita che misurarsi con la parola scritta e ambisce (inutilmente) di avere l’opportunità di avvicinarsi al grande editore nazionale e che puntualmente vede chiudersi la porta in faccia, con l’espressione “qui non c’è posto per lei”.

Non voglio fare il moralista, ma conosco a centinaia i casi sopra appena citati. E allora la domanda: ma dove va la cultura italiana? Deve essere tutta dalla parte degli “amici degli amici” per emergere? Deve vendersi con i potenti del momento? E la Letteratura: non ci avete mai pensato in termini storici che letteratura, oggi, si pratica in Italia avendo per sfondo lo scenario delle “scontro fra Titanici”? Cito solo un esempio: un mio amico scrittore tedesco (ne faccio pure il nome, anche se qualcuno non lo conoscerà o non ne avrà letto niente) Peter Roos, il quale (fa di professione lo scrittore) si è visto annullato l’ultimo contratto con un editore perché il tema proposto non era sufficientemente accattivante (interessante per il pubblico) e lui (soprattutto) non era un personaggio televisivo (che non va ospite nelle varie trasmissioni televisive o nei talk show). Sbattuto fuori della porta. E così tanti altri; di contro invece, altri personaggi, giovanissimi, hanno avuto l’opportunità di vedersi accolti nelle grazie del Signore, padrone della “vergine Cuccia”. Per cui, in conclusione, la notizia apparsa in quarta pagina dei quotidiani (o non data in apertura dei telegiornali televisivi) secondo la quale il Tribunale di Milano ha dato ragione alla Cir di Carlo De Benedetti, condannando in primo grado la Fininvest a un risarcimento danni – immediatamente esecutivo – di 750 milioni di euro, trovo che sia rivelatrice dello stato di tensione governativa attuale. Perché inquadra il Capo del Governo. Perché lo distoglie dai problemi reali del Paese (vedi l’organizzazione di aiuti a Messina, dopo l’apocalisse che qui si è abbattuta), per occuparlo nelle trame tribunizie di Milano. Esiste un’entità (diciamo più correttamente così) che lo vuole politicamente, economicamente e civilmente morto. E noi, cittadini, assistiamo dai bordi della strada, dalle tendine alzate delle finestre a questo “duello di fuoco di mezzogiorno” dall’antico sapore western.

Sì, avete letto bene, 750 milioni di euro. Ecco, allora, lo scontro, lo scenario. Ecco che si capiscono le foto strappate a Villa Certosa, il caso della signorina di Bari, il Lodo Alfano e così via. In definitiva, il campo di battaglia non era ed è Piazza del Popolo a Roma, ma altrove.

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