Come si sfamerà la popolazione mondiale del Terzo Millennio?

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La partita che si sta giocando è davvero importante e, quando accadono simili episodi e si verificano simili circostanze, difficilmente qualcuno se ne preoccupa più di quel tanto. Giorno fa, “Repubblica”  ha pubblicato un articolo dove si leggeva che la grandi potenze dell’Est (Cina in testa) avevano acquistato dei grandi appezzamenti di terreno in Africa da destinare all’agricoltura. Fin qui niente da eccepire; ma, se si leggeva qualche riga più sotto, allora si apprendeva che in gioco c’era qualcosa d’altro e di più. Una forma di nuovo colonialismo, questa volta basato esclusivamente sul denaro, sui soldi.

In pratica, sintetizzando e involgarendo il concetto, questi grandi magnati dell’est sono sbarcati in Somalia, Eritrea (è un caso che abbiano guardato a colonie che un tempo furono colonizzate dall’Italia)  e, dando delle manciate di dollari a qualche ras di tribù africane, hanno acquistato milioni di ettari di terre che lavoreranno per la produzione in scala mondiale di derrate cerealicole. Il profitto che passa attraverso i prodotti alimentari per cui, in un futuro non molto lontano dai nostri giorni, ci capiterà di mangiare pomodori non più provenienti dalle calde terre della Sicilia, ma dalla Tanzania, oppure il burro che useremo nei condimenti culinari avrà la sigla di essere stato prodotto in Eritrea.

Tutto questo è male, si chiederebbe un mio lettore? Certamente no, se si facessero i conti con l’onestà del principio di dare il giusto alla gente del posto. Sì perché, a cominciare dal possesso delle terre, si è commesso un crimine, sul quale nessuno ancora ha fatto sentire la propria voce. Mi spiego: in  terre africane non esiste (almeno nei casi trattati da Repubblica) la proprietà terriera; esiste ancora una specie di accordo feudale, ancestrale che si tramanda da secoli per cui i pascoli segnati con (da che cosa non si sa) limiti forse naturali (colline, corsi d’acqua, rupi e altre cose del genere) appartenevano a quella tribù, a quell’altro gruppo etnico che si premuniva di tenerlo nella giusta maniera perché dava di che vivere. Non c’è (almeno così ho capito) il nostro tanto bistrattato catasto, non c’è alcun ufficio di registro che metta ordine sulle proprietà terriere; ecco perché i grandi falchi carichi di denaro si sono catapultati in Africa, scegliendo quelle terre che fossero particolarmente indicate per certi produzioni che sarebbero diventate mondiali, cioè distribuite in tutto il mondo.

Da qui il secondo concetto in base al quale affermo che non è una bella cosa. Il grande produttore, il grande industriale farà piazza pulita della coltivazione al dettaglio; non rispetterà certe i cicli naturali della terra conosciuti fin dalla notte dei tempi dagli uomini i quali sapevano bene che un terreno non poteva essere “sfruttato” eternamente con questo genere di coltivazione, ma che per un periodo almeno annuale doveva essere lasciato “a riposo”. E se un terreno viene trattato a questa maniera significa che dobbiamo affidarci agli additivi chimici; significa che l’agricoltura ha bisogno di fertilizzanti chimici che possono sopperire alle fasi naturali di ricarica biologica della terra. Significa, in estrema sintesi, che i prodotti che vedremo sulle nostre tavole sono prodotti non genuini ma figli di una coltivazione trattata. E sarà una produzione in scala mondiale; e in quanto tale vuol dire che invaderà i mercati a costi bassi; e qui l’altro problema: la massaia, la pensionata che andrà ai mercati generali acquisterà la merce più a buon prezzo rispetto a quella coltivata tradizionalmente che (giocoforza) costerà assai di più, pensando al guadagno e al risparmio delle proprie tasche e mangia e introduce nel corpo la chimica, anziché proteine, vitamine e Sali naturali. Un bel grattacapo, dunque, su cui è bene che gli organismo internazionali intervengano e agiscano di conseguenza, cercando di “controllare” il fenomeno dell’acquisto (sottocosto) di milioni di ettari africani. La stesa identica cosa che è avvenuta cinquant’anni fa nel nostro Paese quando grossi industriali si sono catapultati nella campagne e hanno comperato da contadini sempliciotti terreni da destinare ai loro guadagni (non certo agricoli, ma speculativi). La storia non cambia, si fa attorno al denaro e alle chimere che esso propina, non facendo vedere il baratro che spalanca sotto i piedi.