A margine della riforma della scuola italiana

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Una riforma epocale. Così è stato definito dallo stesso ministro della Pubblica Istruzione Gelmini il recente provvedimento varato dal Consiglio dei ministri con cui si “regolarizzano”  i quadri orari di licei, istituti tecnici e professionali. In parole povere si tratta della riforma dell’istruzione secondaria superiore a lungo attesa e gestita per molti anni, che viene dopo l’introduzione della scuola unica media varata nel 1962.

Una riforma “globale”, l’ha chiamata il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, nel corso della conferenza stampa seguita al Consiglio dei ministri. Riforma che entrerà in vigore a partire dal prossimo anno scolastico e quindi si può dire che già operativa al punto da “spostare” i termini di iscrizioni degli alunni uscenti dalle classi terza della media da febbraio/gennaio (come avveniva prima) a marzo inoltrato, appunto per dare tempo a tutti gli interessati assumere le cognizioni di base sulle quali o in base a esse scegliere.

Dico subito che io non ho ancora letto il nuovo pacchetto varato dal governo, e non conoscendone gli aspetti non mi posso esprimere su giudizi di valore. Ma alcune connotazioni a margine le vorrei comunque fare. La prima. Una riforma degli ordinamenti degli studi superiori era attesa da anni: ci voleva dopo che sostanzialmente era rimasta alla Riforma Gentile del 1923 e dopo 51 progetti assistiti dal ministero e i 396 indirizzi sperimentali che sono stati concepiti e realizzati per lo più aumentando le discipline e incrementando i quadri orari. Non tutto di questa che comunemente è stata chiamata sperimentazione deve essere gettato alle ortiche: qualcosa di buono deve aver prodotto se è vero (come lo è) che dai nostri licei sono usciti fior fiore di studiosi e ricercatori che hanno lasciato traccia nel mondo intero. Quindi, una riforma ci voleva.

La seconda considerazione. Non ci facciamo condizionare da un giudizio politica: nel senso che, siccome questo governo è di destra, tutto quello che esce dal suo “cilindro” deve essere (giocoforza) criticato da quelle rappresentanze politiche che siedono in Parlamento sugli scranni dell’opposizione. Ho già detto che per formulare un giudizio completo, bisognerà attendere la pubblicazione dei programmi di studio e conoscere nei dettagli le singole sfaccettature, che, al momento, sono solo generali. Ragion per cui non critichiamo facendo condurre il tutto a quei famosi tagli nella scuola per recuperare un po’ di spesa. I Cobas hanno già proclamato uno sciopero nazionale con manifestazione a Roma il 12 marzo contro le iniziative del governo per la scuola. Ha detto il loro portavoce, Piero Bernocchi in una nota consegnata ieri alla stampa: “Si cancellano o si immiseriscono materie importanti di studio, si tagliano ore di insegnamento cruciali (in media 4 ore settimanali in meno), si sopprimono laboratori e esperienze pratiche professionalizzanti, si cacciano decine di migliaia di precari, eliminandone il posto di lavoro, soltanto in nome del Dio Risparmio”. Ora, il rinnovamento di istituti tecnici e professionali ha incontrato un generale consenso: è il frutto di una lunga riflessione improntata a uno spirito bipartisan, purtroppo persosi all’ultimo passaggio. Invece la riforma dei licei, invece, è di fatto nata solo negli ultimi dodici mesi ed è quindi destinata a suscitare maggiori controversie. E’ su questo campo dove ci dovremo aspettare le più disparate critiche.

La terza considerazione. E’ l’Europa: il nostro sistema d’istruzione era chiamati a rinverdire i propri quadri impegnandosi nel “mettersi al passo” con le altre nazioni europee, proprio per consentire la circolazione fra i paesi dell’Unione di giovani studenti che intendano perfezionare la preparazione e formazione culturale. Quindi creare nuovi indirizzi che colleghino la cultura liceale al mondo contemporaneo. Prevedere che una materia non linguistica sia insegnata in lingua straniera, ad esempio, facendo forse le spese l’insegnamento della lingua latina. O capire che l’informatica e i nuovi media tagliano trasversalmente la didattica e sono strumenti di insegnamento più che una materia a sé.

Rimane il fatto che siamo chiamati a vivere un’esperienza che di sicuro condizionerà la scuola futura italiana: non ci facciamo condizionare dall’esterno e da quanti (cervelloni) pensano a posto nostro. Viviamo il nostro tempo nella consapevolezza di condividere e partecipare alle “grandi” scelta della nostra società