Primi noi italiani a osannare gli altri: purché attacchino ciò che abbiamo di più sacro

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Ma dove va la Letteratura italiana? Possibile, come recitava una canzone in voga negli anni Settanta, che non sia rimasto più nessun poeta in riva all’Arno o al Tevere e che si debba sempre ricorrere a autori stranieri per vedere titoli sulle librerie italiane? Dove si nascondono, oggi, i nostri aedi? perché ci sono gli autori italiani, sebbene l’industria della Cultura italiana non li prenda in considerazione. Domande lecite che mi sono venute in mente alla notizia della morte dello scrittore portoghese Josè Saramago, scomparso ieri alla ragguardevole età di 87 anni e vincitore del Nobel per la Letteratura nel 1998. Un lutto grande di sicuro per la cultura mondiale: ma è possibile che non ci sia nessun italiano a intrecciare corone d’alloro alla Musa della Poesia? Sono sicuro che José Saramago (all’anagrafe José Sousa, nato nel 1922 ad Azinhaga in Portogallo da famiglia di contadini e braccianti, poi trasferitosi a Lisbona nel 1924, dove completerà i suoi studi fino al diploma di tecnico meccanico, abia raccolto molto di più del suo valore letterario. Di sicuro personaggio controverso nel panorama del Novecento.

Nella sua lunga vita è stato scrittore pluripremiato, forse anche andando al di là e al di sopra dei suoi meriti oggettivi;  un autore di sicuro interessate ma di un livello che a giudizio di molti appare nella norma con scarse proiezioni verso il “sublime” (inteso in modo greco del termine). Eppure ha avuto una fama universale. Acclamato come lo scrittore classico del Novecento, basti considerare i diplomi e riconoscimenti che ha portato a casa: due volumi di opere nei Meridiani Mondadori; due lauree honoris causa all’Università di Roma e di Siena, un interesse verso i suoi testi teatrali (dei quali uno dedicato alla figura di San Francesco, immaginando una «seconda vita» per il Santo d’Assisi in cui continua la sua predicazione in un mondo in cui le sue parole non risuonano più); la ripubblicazione, in questi mesi, di gran parte dei suoi libri nell’Economica Feltrinelli, quando già tutta era disponibile da Einaudi. Appare esagerato se questo non fosse riconducibile al concetto che per aver fama e considerazione basta schierarsi controcorrente nei confronti di un’istituzione come la Chiesa Universale e Cattolica che invece predica in tutt’altra maniera.

Lui ateo, ha avuto il coraggio di riscrivere i Vangeli. Esattamente nel 1990 con Il Vangelo secondo Gesù Cristo suscitò polemiche per l’interpretazione della figura del profeta di Nazareth, anzitutto in Portogallo, dove il libro fu pubblicato in prima edizione. Ebbe così tante critiche da essere costretto a lasciare il paese per trasferirsi alle Canarie, dove è vissuto fino alla morte, poi in tutti i paesi in cui è stato tradotto. Saramago rilegge la figura di Cristo senza attribuirgli la dimensione divina, in una prospettiva umana, anzi troppo, al punto da escludere qualsiasi prerogativa legata alla tradizione cristiana. In questo romanzo, più provocatorio che ispirato, non si discosta da quanto raccontato nel Nuovo Testamento, anzi segue fedelmente le vicende di Gesù, destituito però di quella Grazia che gli deriva dalla natura divina. E’ scontato che anche ieri la Chiesa Romana, attraverso l’Osservatore Romano lancia l’ennesimo attacco contro lo scrittore e le sue opere. E carica oggi la dose l’Avvenire che scrive: “Non è Saramago a distruggere la figura di Gesù, ma è il Cristo senza Dio a mettere ko il romanzo di Saramago. Le libertà che si prende sono ampie e audaci, come quella di descrivere Gesù come una persona normale, un giovane uomo in perenne conflitto tra paure e ansie. O l’altra che vede Maria Maddalena come l’unica persona in grado di soffrire per la morte di Cristo, abolendo la figura della Madonna”.  Allora si capisce che la sua maggiore intuizione sia stata quella di “rivisitare” le sacre scritture e di porsi di fronte a esse da perfetto ateo.

Poi c’è “Caino” (Feltrinelli 2010), uscito a venti anni esatti dal “Vangelo”. Il libro è stato per Saramago l’occasione di una riscrittura personalissima della Bibbia. Dall’Antico Testamento, lo scrittore portoghese sceglie la personificazione del male: Caino che uccide suo fratello Abele ma ne fa un essere umano né migliore né peggiore degli altri. Dalle sue pagine il Dio che viene fuori è un dio malvagio, ingiusto e invidioso, che non sa veramente quello che vuole e soprattutto non ama gli uomini. Cacciato e condannato a una vita errabonda, il destino di Caino è quello di un avventuriero che viaggia a cavallo di una mula attraverso lo spazio e il tempo, in una landa desolata agli albori dell’umanità dove attraversa tutti gli episodi più significativi della narrazione biblica: la cacciata dall’Eden, l’insaziabile Lilith, il sacrificio di Isacco, la costruzione della Torre di Babele. E pesa, come una pietra tombale il giudizio dell’Osservatore Romano su di lui: è stato “un uomo e un intellettuale di nessuna ammissione metafisica, fino all’ultimo inchiodato in una sua pervicace fiducia nel materialismo storico, alias marxismo. Lucidamente autocollocatosi dalla parte della zizzania nell’evangelico campo di grano, si dichiarava insonne al solo pensiero delle crociate, o dell’inquisizione, dimenticando il ricordo dei gulag, delle “purghe”, dei genocidi, dei samizdat culturali e religiosi”.

1 Commento

  1. “La Chiesa Cattolica: un’ istituzione che non ha nessun legame d’amore con l’uomo, ancora oggi inchiodata in una sua pervicace fiducia nel demiurgo extraterrestre, alias Dio. Presuntuosamente autocollocatasi dalla parte del campo di grano nel disprezzo della umile e umana zizzania, si dichiara insonne al solo pensiero di chi la pensa esattamente al contrario, (di qui la nascita dell’inquisizione), dimenticando il ricordo delle migliaia di persone uccise in nome di Dio, delle cacce alle streghe, della persecuzione di spiriti liberi (chiamati eretici) e di ebrei in saecula saeculorum”.

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