E’ tempo di cambiare strategia per il governo e di occuparsi dei veri problemi del Paese

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C’è voluto l’attentato in Afghanistan, nel corso del quale sono rimasti uccisi (purtroppo) quattro giovani alpini, i cui nomi sono ricordati in un altro articolo del nostro giornale e un quinto milite è gravemente ferito, per far decantare la politica nel nostro Paese e farla uscire dalla giungla o dal pantano in cui vivacchiava da quest’estate. Non è stata neppure sufficiente la dimostrazione che hanno fatto i precari a Roma, dopo i colpi di accetta del ministro Gelmini nel mondo della scuola, a richiamare il governo a occuparsi di “cose serie” di politica italiana. Ma ci riuscirà in questo sano e purificatorio tentativo?

Ho i miei seri dubbi, anche perché la strada che ha intrapreso la nostra politica e i maggiori giornali affiancano tori pare che sia una strada senza ritorno e conduca dritto dritto alla soppressione politica (non dico fisica) dell’avversario del momento. I casi che sono avvenuti in questo periodo si contano sulla punta delle dita. Si è cominciato con l’ultima moglie del presidente quando questa aveva preso la decisione di separarsi da lui, per passare tutta l’estate a occuparsi del presidente della Camera sulla sua nota vicenda della casa di Montecarlo, senza però dimenticare il caso del direttore del giornale Avvenire.

Insomma, il panorama che ci si staglia davanti è davvero incredibile. Occorre riportare il dibattito non sul piano delle offese o delle accuse spudoratamente denunciato e dato in pasto al pubblico, ma vedere nel complesso la criticità di questo periodo storico. E’ bene che da qualche parte s’inizi a operare una controtendenza: nel dire basta ai turpiloqui, alle accuse di massai che si arrabbino per un centesimo dal lattaio e quant’altri casi similari. Basta con le accuse scambiate reciprocamente dagli avversari politici e riprese e mandate in onda da tutte le televisioni, come se non ci fosse audience se non scappa la parolaccia o l’accusa infamante.

Non così si fa del giornalismo. Se si continua di questo passo anche il nostro convivere civile ne risentirebbe ulteriormente e la qualità della nostra vita di cittadini della seconda, terza o quarta repubblica (dipende da dove si fa iniziare il corso della storia della nostra “travagliata” penisola) va a farsi benedire. Siamo nella convinzione che ci troviamo a punto in cui s’impone un cambiamento. Una risposta “morale” dinanzi a questo malessere che (è ciò che è peggiore) ha minato la nostra stessa anima, per cui ci sentiamo un po’ anche noi (nel nostro quotidiano) ad accusare pesantemente e a cercare di portare o ridurre al nulla il nostro avversario che invidiamo ferocemente.

Così non possiamo continuare: la politica ha bisogno di inviare messaggi rassicuranti; lo richiedono la famiglia degli alpini che sono sati trucidati nell’agguato in Afghanistan e tutte le altre famiglie lasciate nel dolore, appena i riflettori della ribalta pubblica si sono spenti; lo chiedono gli operai delle varie industrie che sono sati messi in cassa integrazione; lo esigono gli insegnanti precari. solo per citare alcuni esempi. C’è bisogno di uscire dai turpiloqui; di fare un repulisti dei turpiloqui, dei personaggi che sono stati portati ala ribalta solo perché fanno o dicono cose che sono condivise da chi sta, in quel momento, al potere. Il dissenso non si vuole sentire. La critica e le opinioni di chi è contrario non hanno udienza.

Sono solo per persone che non lasciano traccia dietro coloro che hanno la ribalta pubblica; e quando succede che a livello mediatico e globale si porti l’attenzione sui dissidenti, ci si difenda dicendo che quanto è stato fatto è ignobile, ch non ha nessun valore. Come purtroppo è avvenuto nel caso dell’attribuzione del Premio Nobel la pace all’esponente (dissidente) della Cina.

Cambiamo, finché siamo in tempo: i giornali non devono accanirsi in questa maniera contro gli avversari politici di chi in quel momento comanda; la funzione è di informare. Il punto di riferimento deve essere la persona che vuole l’informazione e non l’Io = all’Io, nel senso che prima vengo Io e il mio apparire e poi vengono gli altri. Occorre questa nella nostra democrazia perché abbia la forza di scrollarsi di dosso le incrostazioni che si sono sviluppate all’alba di Tangentopoli.

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