Quando un anniversario, sia pure tragico, non basta

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Nel giorno della memoria. Questa domenica, è trascorsa nel segno del ricordo e delle commemorazioni che si sono svolte in ricordo dell’attentato di New York, dopo dieci anni dall’accaduto. Un tuffo nella storia, per ricordare che cosa successe quella mattina dell’11 settembre, alle 8,46, quando il primo aereo colpì la North Tower, al quale seguirono altri tre, dirottati su altri bersagli (l’altra torre, il Pentagono e la Casa Bianca). Ma lasciamo da parte la retorica, il pianto, la commiserazione per le quasi tremila vittime che in quell’occasione hanno perso la vita; ci sono storie strazianti, storie da far accapponare la pelle, ma credo che non bisogna farsi prendere da questi sentimenti a metà strada tra la retorica e il qualunquismo. Perché non portano a niente, ci fanno stramazzare in terra, contorcerci dal pianto, per l’orrore che si riversò sulla metropoli americana quella mattina e basta!

E’ giusto il ricordo; occorre non dimenticare quanto è successo, per trarne insegnamento e per stare attenti a non ripetere certi errori. Ma bisogna anche saper fare alcune considerazioni che mi sono sorte mentre osservavo (o riguardavo le tremende immagini di allora). E la prima domanda che mi sono fatto è questa: ma poteva essere evitata la tragedia? Come è possibile che un comando di terroristi abbia potuto agire così impunemente, e non sia stato fermato dalla migliore polizia investigativa del mondo?

Sono domande lecite che lasciano dei coni d’ombra nei quali s’insinuano e trovano terreno fertile coloro che pensano che la tragedia sia frutto di un complotto ordito a danno della libertà del popolo, il quale, sotto la cappa della paura che possa succedere di nuovo lo stesso scenario, fa buon viso a leggi invece che violano i più elementari diritti di libertà di un popolo. Si è anche richiamata la complicità di logge massoniche per l’accaduto, considerando come sia fatale il numero 11 09 e adducendo motivazioni che un attentato di questa portata non poteva essere organizzato da semplici terroristi mediorientali.

Non appartengo alla categoria di quelle persone che crede al complotto, ma di certo rimango un tantino sconcertato nel considerare il perché non si sia intervenuti a tempo debito, per esempio nel controllo delle spazio aereo su N.Y. La cosa migliore che si possa fare in questo momento non è tanto il ricordo dei morti e la rivisitazione della tragedia, quanto raccontare la verità senza bugie.

Gli attentatori sapevano benissimo che il loro piano sarebbe stato ripreso in diretta dalle televisioni e trasmesso in tutto il mondo; che l’impatto mediatico che avrebbero avuto sarebbe stato enorme, per non dire assoluto. Totale. Sapeva che avrebbero colpito al cuore e che l’effetto deflagrante sarebbe stato massimo. Per questo l’hanno pianificato. Ma bisogna anche vedere quanto è costato alla potenza mondiale degli Usa. Da quell’11 settembre l’America sembra che sia entrata in un gorgo pericoloso che l’ha portata al collasso economico; e questo  stona moltissimo, se si considera che stiamo parlando degli Usa e non della Repubblica delle Banane. In ballo c’era l’economia di una nazione; il dollaro che avrebbe continuato a fluttuare; la stagnazione e anche l’impoverimento dei cittadini che non avevano più credito dalle banche. Sono stati anni difficili, questi immediatamente successivi al 2001, che soltanto adesso paiono recuperati, stando a quanto ha recentemente affermato il presidente Obama. Il tutto mentre la Cina sta prepotentemente affacciandosi sul proscenio mondiale. La posta in gioco era allora questa?  Si voleva demolire il colosso dalle fondamenta. E’ quanto è accaduto e occorre prenderne atto. Da qui riparte la sfida. L’America c’è ed è ancora più forte, ha detto il suo presidente. Adesso è tempo di raccontare senza retorica e senza enfasi né strappalacrime la vera storia di quella giornata. Di quella mattina che ha cambiato le sorti del mondo.

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