Noi, semplici dipendenti dello Stato in mano ai politici

0
170

Ha fatto il giro della rete la dichiarazione che ha rilasciato, in occasione della Convention repubblicana, Clint Eastwood, l’indimenticabile interprete dei più famosi film  western del regista italiano Sergio Leone. Ha esordito mettendo le mani avanti e annunciando che avrebbe fatto un discorso da “vecchio pazzo”, inventandosi poi la gag della sedia vuota (a cui  Obama avrebbe pure risposto). Eppure una cosa “sana” l’ha detta e questa è stata più o meno in questi termini: “Siamo noi, cittadini, i proprietari di questo Paese e i politici invece sono i nostri dipendenti”. Bellissimo concetto che ribadisce ancora una volta il servizio che dovrebbe compiere la politica nei confronti degli amministrati. Un fulgido esempio di democrazia, solo che questa affermazione, se la rapportiamo al nostro Paese, non è esattamente più così. Ma il procedimento è esattamente rovesciato, nei termini. Ma come possono prendere a cuore la situazione che si è venuta a creare nelle miniere di carbone del Sulcis oppure a Taranto, la città che vive a ridosso degli impianti dell’Ilva, quando loro non hanno mai provato a misurarsi con situazioni del genere? Non voglio fare del populismo a buon mercato, ma è certo che in questo periodo stiamo vivendo un’ondata di malcontento incredibile con cui sarebbe meglio cominciare a tenerne di conto. Così, invece di fare roboanti discorsi con cui si compiacciono davanti alle telecamere che i precari sono 3 milioni, i giovani a caccia del primo impiego arrivano a 618mila. Bisogna che questi fatti vengano gridati dai mass media. Scrive oggi Antonio Padellaro: “Prendete il caso delle telefonate tra il Capo dello Stato e un ex alto dignitario coinvolto nell’indagine sulla trattativa Stato-mafia e provvisto di robusta coda di paglia. Appena si fa l’ipotesi che quelle conversazioni possano essere rese pubbliche per dovere di trasparenza, è subito tutto un arrampicarsi trafelato sul Colle di premier, ministri e segretari di partito, tutto uno stracciar di vesti, un gridare al complotto ordito certamente da menti raffinatissime determinate a impedire il cambiamento. In realtà, tutto quel solidarizzare e stringersi a coorte mira a conservare l’esistente, con annesse poltrone e pennacchi”. Ehi.., temo proprio che quello che dice l’ispettore Callaghan non sia riferibile all’Italia. I proprietari del Paese sono i politici e noi i loro dipendenti.