Pietre e sassi scagliati sui diritti dei lavoratori nel Primo Maggio

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E’ stato uno dei Primi Maggio fra i più tristi della storia recente del movimento dei lavoratori. Cosa c’era da festeggiare? Mai, come in questo periodo, si era registrato un così alto il tasso di disoccupazione. Mai come oggi si è riscontrata una così pronunciata difficoltà dei giovani d’inserirsi nel tessuto produttivo della Nazione. E non parliamo dei laureati che le nostre Università stanno sfornando di volta in volta, con il risultato finale di trovarsi i neodottori a sbattere contro il muro della ‘non ammissione’, del “Le faremo sapere”, dei colloqui a lungo tenuti su banali quiz che alla fine non risolvono nulla.

Non c’era nulla da festeggiare in questo Primo Maggio. Se non la morte del sistema. Se non la conferma che la nostra Democrazia e la sovranità lasciata al popolo erano divenute lettere morte, solo sulla carta. E’ chiaro che in questo stato di cose la colpa principale se la assume il governo; il quale potrebbe dare tutte le spiegazioni di questo mondo, che gli è mancato il tempo, che è stata una questione di priorità, che ha pensato a risolvere altre più improrogabili e più gravi questioni d’interesse nazionale. Insomma giustifichiamo tutto, noi Italiani, perché siamo fatti così, ma non toglieteci neppure questo: il dover constatare la morte del Primo Maggio.

Che il malato sia grave lo si era capito già lo scorso anno; che le nostre industria non avevano più l’accessibilità alle liquidità e ai prestiti bancarie è da quando è iniziata la crisi che lo si sapeva. Non si aggiunge niente di nuovo. Ma quelle facce, ieri, nelle Piazze d’Italia di giovani che partecipavano ai concertini non li dimenticheremo facilmente: delusione, mancanza di fiducia, assenza di prospettive future. E quant’altro ancora?

E’ anche la fine di un sistema di governo che ha prodotto questo stato di cose. I grandi accordi e ammucchiate fra Destra e Sinistra che votano insieme per sostenersi a vicenda e durare nel tempo, hanno il tempo scaduto. La Democrazia è tutt’altra cosa e deve soprattutto dare le opportunità a quelle persone che sono di valore e che si reputano in grado di far compiere un passo in avanti al nostro Paese. Il Parlamento non è riuscito neppure a eleggere il nuovo presidente; si è dovuto richiamare nonno Napolitano del quale mi piace ricordare questo episodio che riguarda l’Isola sulla quale sono nato e cresciuto e con queste due reminiscenze chiudere questa pagina di commento così amaro sul Primo Maggio. Quando fu chiaro che il destino delle miniere elbane era quello di andare alla chiusura e alla cessazione, una delegazione formata da sindaci dell’allora Pci di Rio Elba e Rio Marina si fece ricevere da ministro competente senza ricevere assicurazioni; trovandosi in uno stato d’animo facilmente comprensibile a voi, i sindaci chiesero d’incontrare anche rappresentanti del Pci fra cui l’onorevole Napolitano ai quali esposero le loro preoccupazioni. Napolitano commentò: “Ma tanto voi avete il mare!”, come voler dire che soluzioni alternative gli Isolani le potevano trovare, divenendo da operai a camerieri. E le miniere furono chiuse. Il lavoro come diritto che spetta alla persona; rispetto della sua dignità. Non era così negli anni Trenta quando, il Primo Maggio, i minatori solevano andare su monte Giove insieme con i loro caporali, controllori e padroni delle miniera e fare una scampagnata all’aria aperta. E dopo aver mangiato e bevuto ben bene, per passare il tempo i padroni si divertivano nel far mettere ai minatori sulle rocce del monte i piatti per poi divertirsi al tiro al bersaglio. Tiravano le pietre sui piatti dei lavoratori… non è forse questa l’immagine del Primo Maggio 2014?