Brexit: NO del Parlamento all’accordo, mercoledì voto di sfiducia

I voti contrari sono stati 432, quelli favorevoli 202

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A Westminster, Londra, i deputati inglesi hanno bocciato – come in molti avevano previsto – l’accordo raggiunto tra l’esecutivo di Theresa May e l’Unione Europea nel novembre 2018. I voti contrari sono stati 432, quelli favorevoli 202: si tratta della peggiore sconfitta di un esecutivo alla House of Commons da quasi un secolo a questa parte.
Il Primo Ministro non ha fatto accenno a dimissioni e si è detta pronta ad affrontare un voto di sfiducia che si terrà domani, mercoledì 16 gennaio, subito presentato dai laburisti. Jeremy Corbyn l’ha definita una “catastrofica sconfitta” per l’esecutivo, la peggiore dagli anni 20 a questa parte. May ha risposto che il no all’accordo è chiaro, ma che non sono emerse chiaramente altre proposte sul tavolo. E ha insistito, in caso di fiducia, sulla volontà di andare avanti e di continuare a lavorare per attuare la Brexit.

L’Unione Europea intanto ha fatto sapere che non cambierà la sua posizione in merito alla bozza di accordo. Juncker è a Bruxelles per farsi trovare pronto in caso di riunioni d’emergenza con la controparte britannica. Si è detto preoccupato perché questo voto aumenta “il rischio di una Brexit disordinata”, spronando il Regno Unito a chiarire le proprie intenzioni il prima possibile.

E adesso?

Il no all’accordo fa sprofondare il Paese nell’incertezza in quanto il tempo stringe: il 29 marzo dovrebbe scattare il divorzio tra Regno Unito e Bruxelles, mancano poco più di 1.700 ore. Se non verrà trovata una nuova intesa con l’Unione Europea, lo scenario della dipartita senza accordo e in maniera confusionaria prende sempre più corpo.

Se il governo di Theresa May dovesse sopravvivere al voto di sfiducia di mercoledì 16 gennaio, dovrà comunque presentare una nuova proposta di intesa entro lunedì 21. Le proporzioni della sconfitta le suggeriscono di proporre nuovamente lo stesso testo già ampiamente bocciato dai colleghi parlamentari. Il presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, si è chiesto: “Chi avrà finalmente il coraggio di dire qual è l’unica soluzione positiva?”, alludendo al ritiro in toto della Brexit.

Numerosi deputati vogliono ora un nuovo referendum per permettere ai propri concittadini di esprimersi su qualcosa che ora conoscono per davvero. Durante la sua arringa finale, tuttavia, Theresa May ha escluso questa ipotesi definendola un “tradimento” di tutti coloro che si sono recati alle urne nel giugno 2016.

Il testo bocciato

Cosa prevedeva la bozza di accordo, un documento di 528 pagine, lo abbiamo spieghiamo qui. In breve prevede un periodo di transizione fino alla fine del 2020 (estendibile); stabilisce un meccanismo per calcolare il conto finanziario del divorzio (si parla di più di 40 miliardi di sterline); impegna l’UK a rispettare parità di condizioni nei confronti delle imprese europee e quello a garantire i diritti per i cittadini UE nel Regno Unito; introduce il controverso backstop, ovvero una sorta di assicurazione che permetterà di avere un confine non rigido tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica di Irlanda. Solo nel caso in cui il testo proposto da Theresa May fosse stato approvato la scadenza naturale della Brexit avrebbe avuto delle possibilità di essere rispettata e l’uscita effettuata in maniera concordata da ambo le parti. Il Regno Unito potrebbe essere costretto a chiedere un rinvio: a fine marzo, infatti, l’UK sarà considerato automaticamente fuori dalla UE per aver invocato l’articolo 50 del Trattato dell’Unione Europea.

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