Brexit, May: no ad un secondo referendum e niente tassa per rimanere in UK

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Nel pomeriggio del 21 gennaio la premier britannica Theresa May ha esposto in Parlamento i principi cardine della nuova fase di negoziati per la Brexit, il cosiddetto “Piano B”, dopo la bocciatura, settimana scorsa, dell’intesa raggiunta con Bruxelles a novembre.

Le linee guida, presentate oggi, verranno discusse a Westminster il prossimo 29 gennaio.

No ad un secondo referendum sulla Brexit che “minerebbe la fiducia” del popolo britannico nella politica. È questo uno dei punti fermi del suo discorso ai Comuni. La premier ha riconosciuto che alcuni deputati le hanno suggerito questa soluzione nei suoi colloqui allargati di questi giorni con esponenti di tutti i partiti; ciononostante, si è dichiarata fiduciosa che questa opzione non abbia il sostegno della maggioranza della Camera, dicendosi al contempo disponibile a un “dialogo costruttivo e senza precondizioni” con le opposizioni.

“Il nostro dovere è quello di dare concretezza alle indicazioni del primo referendum”, ha detto. Una seconda consultazione popolare, inoltre, implicherebbe una richiesta alla UE di estensione dell’Articolo 50.

Una simile domanda di proroga, ha continuato May, non potrà essere rivolta a Bruxelles senza la preliminare indicazione di una nuova bozza d’intesa o senza concrete indicazioni di come Westminster possa effettivamente chiudere un accordo con la UE. Indicazioni al momento assenti.

La premier inglese è tornata a biasimare il leader dell’opposizione laburista Jeremy Corbyn per il suo atteggiamento non collaborativo, chiedendo al contempo più flessibilità da parte della Camera in fase negoziale.

Le novità del suo discorso

La novità della sua linea sulla Brexit prevede un maggiore coinvolgimento del Parlamento, l’impegno del governo a garantire i diritti attuali su lavoro, ambiente e sanità nel Regno Unito anche dopo il divorzio e l’impegno a trovare una soluzione che consenta di mantenere un confine senza barriere in Irlanda del Nord allontanando lo scenario di un backstop. La premier esclude categoricamente di rimettere in causa l’accordo di pace del Venerdì Santo.

Il governo britannico, ha annunciato, eliminerà la tassa di 65 sterline (75 euro) che sarebbe dovuta gravare sui cittadini della UE all’atto di richiedere lo “status di residente” per rimanere nel Regno Unito dopo la Brexit. May ha detto che la volontà è quella di rimuovere ogni tipo di “ostacolo finanziario” per i cittadini dell’UE che desiderano rimanere in territorio britannico dopo il 29 marzo. Una decisione a cui anche il leader dell’opposizione laburista, Jeremy Corbyn, ha plaudito. Il Governo dovrebbe allo stesso tempo farsi carico del rimborso del denaro per tutti coloro che richiederanno lo status di residente nella fase preliminare, iniziata oggi con l’entrata in vigore del sistema informatico che consente la presentazione della domanda.

Il tempo stringe

Nonostante tutto, sembra intanto allontanarsi la data per il prossimo voto cruciale del Parlamento britannico sulla nuova bozza di accordo: lo precisa un portavoce di Downing Street, definendo improbabile un verdetto finale alla House of Commons prima di febbraio e indicando come “non decisivo” – transitorio – quello già in calendario per il 29 gennaio. La scadenza intanto si avvicina: la Brexit dovrebbe essere realtà il prossimo 29 marzo 2019 alle 23 ora britannica.

Oggi, il portavoce della Commissione Europea, Margaritis Schinas, ha dichiarato: “Non guardate a Bruxelles per le risposte. Questo è il momento in cui Londra deve parlare”.

Schinas non ha commentato le indiscrezioni circolate nel fine settimana, compresa quella dell’ipotesi di un accordo bilaterale tra Irlanda e Regno Unito per superare il ‘backstop’, il meccanismo di garanzia per mantenere le frontiere irlandesi aperte.

Diversi ministri degli Esteri della UE hanno già escluso la riapertura delle trattative sull’accordo è fuori discussione.

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