L’Ungheria oggi, 30 anni dopo la fine del comunismo

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Il Ministro degli Esteri ungherese, con l’omologo austriaco, smantella i resti della cortina di ferro al confine.

Correva l’anno 1989, pieno di eventi simili, sebbene il passaggio dal comunismo alla democrazia fosse in gran parte deciso “dietro le quinte”.

“Le clausole indussero l’Unione Sovietica a difendere militarmente i regimi dell’Europa dell’Est in pericolo di minacce interne – afferma lo storico Mark KRAMER – e il tutto era parte di un processo che portò a una decisione segreta il 28 marzo 1989 per porre fine a tali impegni”.

Mentre il cambiamento della politica sovietica fu un fattore decisivo in tutto il blocco orientale, l’elite comunista ungherese – con una forte fazione riformista – fu anche la più indulgente.

“Nel caso dell’Ungheria fu un colpo di scena – dice lo storico Ignác ROMSICS – che nel febbraio 1989 il comitato centrale del Partito accettasse di indire libere elezioni, a differenza della Polonia o dell’Unione Sovietica dove le elezioni tenutesi erano solo parzialmente aperte a più Partiti”.

Il cambiamento

Il reintegro dei martiri espulsi con la rivoluzione del ’56, incluso il Primo Ministro, fu uno dei momenti cruciali della transizione.

“Quando Viktor Orbán tenne il suo famoso discorso – dice il giornalista András VÁGVÖLGYI B.- ero di guardia accanto alla bara dell’ex Premier, Nagy: guardare negli occhi centinaia di migliaia di persone, ascoltando quel discorso, è stato ovviamente il più grande evento della mia vita, qualcosa di importante è successo e d’allora in poi ci sarebbe stato qualcos’altro”.

Nell’ottobre 1989, in occasione del 33esimo anniversario della rivoluzione del ’56, l’Ungheria cambiò forma di Governo, passando da Repubblica popolare a Repubblica.

Un mese dopo, si tenne il primo referendum sull’elezione del Presidente del Paese, questione che creò divisioni all’interno dell’opposizione e rese chiaro che l’anno dell’unità fu solo un breve momento “di grazia” nella storia ungherese.

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