Paolo Borsellino oggi avrebbe compiuto 80 anni

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C’è un albero al numero 21 di via D’Amelio a Palermo. Ricorda le vittime di una strage avvenuta d’estate. Era il 19 luglio del 1992 quando morì Paolo Borsellino, ad appena 52 anni. Erano passati solo 57 giorni dalla morte, sempre in un attentato di matrice mafiosa, di Giovanni Falcone, amico e collega del giudice nella lotta a Cosa Nostra.

Se della strage di Capaci si conoscono dinamica e mandanti, su quella di via D’Amelio restano molti misteri dovuti anche a depistaggi, parola utilizzata dai magistrati che ancora indagano su quegli eventi.

Fiammetta Borsellino, la figlia più giovane del magistrato, che aveva 19 anni quando il padre morì, 26 anni fa, ha scritto una lettera aperta al quotidiano La Repubblica ponendo 13 domande sulle indagini su via d’Amelio. È una lettera rivolta alle istituzioni e la prima è proprio sul perché non ci fu maggiore protezione per Borsellino dopo la strage di Capaci. Le altre riguardano le indagini, la scomparsa dell’agenda rossa, il ruolo dei pentiti e delle procure che indagavano dal giorno della strage a oggi.

IL GIORNO DELLA STRAGE
La strage di via D’Amelio è avvenuta domenica 19 luglio del 1992. Chi posizionò il tritolo nell’auto che saltò in aria con un comando a distanza sapeva che la domenica era il giorno in cui il magistrato andava a trovare la madre, che abitava in via Mariano D’Amelio a Palermo, strada considerata pericolosa dalle scorte, ma per cui non era mai arrivata l’autorizzazione al divieto di parcheggio. Di solito nel pomeriggio. E nel pomeriggio ci fu la strage.

L’ESPLOSIONE
Erano le 16 e 58 quando una Fiat 126 rubata saltò in aria. Conteneva circa 90 chilogrammi di esplosivo del tipo Semtex-H, PETN, tritolo e T4 insieme. Il comando fu azionato a distanza non appena Borsellino e gli agenti della scorta scesero dalle auto.

Così l’ha raccontata l’agente sopravvissuto Antonino Vullo: «Il giudice e i miei colleghi erano già scesi dalle auto, io stavo facendo manovra, stavo parcheggiando l’auto che era alla testa del corteo. Non ho sentito alcun rumore, niente di sospetto, assolutamente nulla. Improvvisamente è stato l’inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L’onda d’urto mi ha sbalzato dal sedile. Non so come ho fatto a scendere dalla macchina. Attorno a me c’erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto…».

LE VITTIME
Antonino Vullo si risvegliò in ospedale, in condizioni molto gravi, ma vivo. Non così il magistrato e altri cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loiche stata la prima donna a far parte di una scorta e la prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio.

LA STRADA
Era una scena di guerra quella che si presentò ai primi soccorritori. C’erano decine di auto distrutte dalle fiamme, gente che urlava e palazzi semidistrutti. Era esplosa una bomba, come in un conflitto. La scena della strage non fu subito protetta e delimitata. È uno dei punti che contesta la figlia di Borsellino ricordando fra le sue domande la scomparsa dell’agenda rossa del padre e l’immediata presenza in via D’Amelio del deputato ed ex-giudice Giuseppe Ayala che abitava in zona.

L’AGENDA ROSSA
Uno dei misteri della strage è quello della scomparsa dell’agenda rossa da cui Borsellino non si staccava mai, secondo il racconto di amici e parenti, in particolare nelle settimane prima della sua morte. L’agenda non era nella borsa del magistrato sul luogo dell’esplosione, mentre era invece intattal’altra agenda che usava, e non è stata più trovata. Nella borsa restituita alla famiglia c’era tutto tranne quell’agenda rossa.

Questo ha raccontato la più grande dei figli di Borsellino, Lucia: «Il giorno della sua morte, vidi mio padre mettere nella borsa, tra le altre cose, l’agenda rossa da cui non si separava mai». Questo ha aggiunto il fratello Manfredi: «Dopo la morte di Giovanni Falcone la usava continuamente. E non per appuntare fatti personali. Era certamente un modo per segnare eventi e cose di lavoro importanti. Se non fosse andata persa, le indagini sulla sua morte avrebbero certamente preso un’altra direzione».

I DEPISTAGGI
In una sentenza depositata il 30 giugno 2018 la Corte d’Assise di Caltanissetta ha definito l’omicidio di Borsellino «uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana». Chi faceva le indagini accettò le dichiarazioni di pentiti considerati inattendibili addirittura imbeccati dagli stessi che facevano le indagini. Tre poliziotti sono stati rinviati a giudizio. Il più noto dei pentiti falsi era Vincenzo Scarantino, che ha fornito versioni diverse per vent’anni.

A guidare le indagini nei mesi successivi alla strage è stato il gruppo investigativo guidato da Arnaldo la Barbera, proprio questo gruppo avrebbe dato un indirizzo all’inchiesta obbligando Scarantino a raccontare una falsa versione della fase esecutiva dell’attentato.

Nel giugno 2008 Gaspare Spatuzza iniziò a collaborare con la giustizia e si autoaccusò del furto della Fiat 126 utilizzata nell’attentato, smentendo la versione data dai collaboratori di giustizia Scarantino e Candura. Disse di aver fatto il furto dieci giorni prima dell’attentato su incarico di Cristofaro Cannella e Giuseppe Graviano, boss di Brancaccio. In un garage vicino a via d’Amelio, il giorno prima della strage, vennero messi innesco ed esplosivo. Nel 2009 gli ex collaboratori di giustizia Scarantino, Candura e Andriotta dichiararono ai magistrati di essere stati costretti a collaborare dal questore La Barbera e dal suo gruppo investigativo.

«Una serie di forzature», dice la sentenza del 2018, «tradottesi anche in indebite suggestioni e nell’agevolazione di una impropria circolarità tra i diversi contributi dichiarativi, tutti radicalmente difformi dalla realtà se non per la esposizione di un nucleo comune di informazioni del quale è rimasta occulta la vera fonte». Il sospetto che rimane è che dietro ai depistaggi ci sia una volontà di «occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato».

Paolo Borsellino lo aveva detto prima di morire: «Mi uccideranno, forse saranno mafiosi a farlo materialmente ma altri avranno voluto la mia morte».

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