Coronavirus, si studiano i vaccini per contenerlo

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“Accelerando al massimo, grazie alle nuove tecnologie, un vaccino contro il nuovo coronavirus potrebbe essere pronto all’uso in 1-3 anni. E’ chiaro che più imminente e grave è la minaccia di una malattia, più gli scienziati e le aziende si prendono il rischio di accelerare, facendo una approfondita valutazione rischio-beneficio. Ma per il coronavirus è troppo presto per dirlo. Potrebbe essere una ‘bolla’ che si riesce a contenere e poi scompare, come è successo tante volte, oppure una cosa seria. Se continuasse a circolare bisogna considerare che è un virus non altamente letale, ma molto contagioso, simile a quello dell’influenza. E l’influenza ogni anno provoca milioni di morti”, fra i pazienti più fragili. A parlare è Rino Rappuoli, scienziato italiano celebre nel mondo, che di vaccini ne ha inventati molti, ultimo in ordine di tempo quello contro la meningite B.

“Grazie alle tecnologie moderne, soprattutto quelle basate sul Rna, un vaccino si può mettere a punto in laboratorio nel giro di una settimana. Nel 2013 lo abbiamo fatto per l’H7N1. Oggi questo è molto più possibile di allora, quando era stata un’impresa pionieristica. Ma il vaccino dal laboratorio va testato su modello animale, poi sull’uomo, dopodiché occorre produrlo nelle necessarie quantità e secondo le Gmp, le norme di qualità. Senza emergenze, questo processo può richiedere fino a 20 anni”.

“Nelle situazioni particolari come quella del coronavirus, è chiaro che si può andare più velocemente – spiega – anche perché gli enti regolatori e le istituzioni sanitarie possono lavorare insieme a questo scopo. Nel caso di Ebola, scoppiata nel 2014, il vaccino è stato approvato due mesi fa: ci sono voluti 5-6 anni. Ma è stata proprio l’epidemia di Ebola a far nascere la Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (Cepi), organizzazione che ha raccolto 700 milioni di dollari per finanziare progetti mirati contro le malattie emergenti”.

“Il coronavirus oggi rappresenta un allarme considerevole e sta tenendo la gente col fiato sospeso – prosegue lo scienziato – dal punto di vista scientifico si può dire che riguardi principalmente la Cina in questo momento. E i cinesi l’hanno preso sul serio, hanno chiuso intere città e preso tutte le misure del caso, oltre ad aver messo a disposizione della comunità scientifica tutti i dati sul virus”.

“Quello che è importante è che non c’è stata ancora trasmissione uomo-uomo al di fuori dalla Cina – evidenzia – nei Paesi che hanno importato il virus, come Thailandia, Australia e anche Francia. Se si riuscirà a isolare tutti i casi importati, si potrà contenere l’emergenza. Però bisogna considerare che in Cina il virus è uscito dal contenimento iniziale. Fortunatamente non è un virus ad alta mortalità e ha fatto vittime solo fra anziani o persone con altre fragilità, a livello di una influenza”.

“La prima cosa da fare oggi, dunque – conclude Rappuoli – è pensare al contenimento, perché non ci sono né vaccini né farmaci specifici. L’organizzazione Cepi ha attivato delle collaborazioni, soprattutto con start up e società di biotecnologie innovative e ci sono diversi gruppi al lavoro. Anche noi come Gsk siamo in contatto con loro, siamo allerta e pronti a mettere a disposizione la nostra esperienza se ci dovesse essere bisogno di noi”.

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