Saviano: “Con il coronavirus per i giornalisti è un’impresa ardua”

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È un’impresa ardua, durante il lockdown, fare informazione. Manca la possibilità di accedere direttamente ai dati. È il pensiero, in sintesi, di Roberto Saviano, in un’intervista rilasciata ad Ansa.it in cui commenta il Magazine dedicato ai 30 giornalisti italiani uccisi per mafia e terrorismo in Italia, e anche nel mondo dove erano per documentare crisi internazionali.

“Il concetto di libertà di stampa è importante sempre – afferma lo scrittore -. Probabilmente lo è di più quando le cose vanno bene o sembrano andare bene perché è in tempo di pace che si costruisce l’armamentario per affrontare il tempo di crisi. Con la pandemia è collassato tutto ciò che già mal funzionava prima, tutto ciò che già era in sofferenza. La libertà di stampa, poi, riguarda anche le informazioni a cui abbiamo o non abbiamo accesso. Il 17 marzo 2020, il decreto-legge Cura Italia stabiliva che le amministrazioni pubbliche erano tenute a sospendere le risposte a richieste di accesso documentale che non avessero carattere di ‘indifferibilità e urgenza’. Benché si trattasse di una sospensione temporanea e benché vi fosse una oggettiva riduzione del personale dovuto alla pandemia, per chi doveva fare informazione sulla diffusione del virus è stata un’impresa ardua. Nessuno ha leso la libertà di stampa, ma è mancata la possibilità di accedere direttamente ai

“Il concetto di libertà di stampa è importante sempre – afferma lo scrittore -. Probabilmente lo è di più quando le cose vanno bene o sembrano andare bene perché è in tempo di pace che si costruisce l’armamentario per affrontare il tempo di crisi. Con la pandemia è collassato tutto ciò che già mal funzionava prima, tutto ciò che già era in sofferenza. La libertà di stampa, poi, riguarda anche le informazioni a cui abbiamo o non abbiamo accesso. Il 17 marzo 2020, il decreto-legge Cura Italia stabiliva che le amministrazioni pubbliche erano tenute a sospendere le risposte a richieste di accesso documentale che non avessero carattere di ‘indifferibilità e urgenza’. Benché si trattasse di una sospensione temporanea e benché vi fosse una oggettiva riduzione del personale dovuto alla pandemia, per chi doveva fare informazione sulla diffusione del virus è stata un’impresa ardua. Nessuno ha leso la libertà di stampa, ma è mancata la possibilità di accedere direttamente ai dati”.

Alla domanda “Dei trenta giornalisti italiani uccisi, c’è una vicenda che per qualche ragione ti ha colpito di più?” Saviano risponde: “Sono tutte vicende drammatiche per chi ha perso la vita e per noi che restiamo, perché dimostrano in maniera chiara che chi scrive è solo. È solo e spesso considerato un folle. “Chi glielo ha fatto fare”, questa è la prima considerazione che la maggior parte delle persone fa quando chi scrive si trova in difficoltà. “Se si fosse fatto gli affari suoi non gli sarebbe accaduto nulla”, spesso queste parole vengono pronunciate anche di fronte alla morte. È atroce, ma è così. C’è poi chi si accoda al chiacchiericcio: “Lo hanno ammazzato perché era l’amante della moglie del boss”, “Lo hanno ammazzato perché andava dietro alle ragazzine”. Questo fango distrugge tutto perché impedisce di prendere consapevolezza di un dettaglio che è fondamentale: raccontare ciò che accade non è facile, raccontarlo con rigore è difficilissimo e raccontare ciò che non funziona non ti rende simpatico a nessuno. I protagonisti del tuo racconto ti detestano e ti detestano tutti gli altri perché imponi una presa di coscienza e quindi una scelta. Mi sono sempre sentito molto vicino a Giancarlo Siani, per tanti motivi. Perché è stato ucciso per aver fatto supposizioni esatte e per averle fatte da giovanissimo, a 26 anni, la stessa età che avevo io quando sono finito sotto scorta. Mi sono sempre sentito vicino ad Antonio Russo, corrispondente in Georgia di Radio Radicale, ucciso nel 2000 per aver scoperto fino a che punto si fossero spinti i militari russi nel perpetrare violenze e torture ai danni della popolazione cecena, addirittura dei bambini ceceni”.

Infine, alla domanda “Cosa consiglieresti a un giovane per coniugare sempre l’impegno civile al mestiere di giornalista?” lo scrittore afferma: “Studia. Gli direi questo e non come vuota esortazione, ma perché per scrivere devi conoscere molto più di quello che scrivi. Devi studiare per ore, leggere ciò che c’è da sapere, fare ricerche e poi tagliare, ridurre all’essenziale. Scrivere solo ciò che va dritto al punto, ma dritto al punto ci arrivi se non ti manca nessun passaggio. Non usare la scrittura per attaccare i nemici, gli direi, e nemmeno per farti degli amici, non ne avrai.Scontenterai sempre qualcuno e quindi prova, per quanto ti è possibile, a usare le tue parole come un faro, prova a illuminare proprio dove non si vuole guardare e, dove tutto è più intricato, arrischiati a fare supposizioni.  Scava, non limitarti alla superficie, ma scava sempre e racconta ciò che trovi. Chi ha voglia di capire te ne sarà grato. Scrivi per tutti, non solo per chi la pensa come te, e scrivi per convincere”.

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