Coronavirus, l’Africa rischia di diventare il nuovo epicentro

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Quando a nord del Camerun Daniel Khan Mbuh morì in ospedale, la causa dichiarata dai medici era legata al coronavirus. Il corpo venne rilasciato direttamente alla famiglia, con la figlia Stella che si era lamentata per la mancanza di una sepoltura sicura. Alla famiglia è stato anche detto che la casa, situata a Bamenda, in cui si erano presi cura di Daniel sarebbe stata disinfettata, ma nessuno si è mai occupato di recarsi in loco per effettuare la sanificazione.

Come se non bastasse l’ospedale si è rifiutato di effettuare il test ai membri della famiglia, dicendo di non disporre di un numero di kit sostanzioso. L’unica opzione rimasta a queste persone è stata quella di autoisolarsi in quarantena. Nonostante tutte le classifiche ufficiali riportino l’andamento della pandemia in tutto il mondo, dove nelle prime sette posizioni troviamo Stati Uniti, Brasile, Russia, India, Regno Unito, Spagna e Italia, la diffusione del nuovo coronavirus sta avendo una grossa impennata in molti paesi dell’Africa, dove le risorse mediche sono limitate, le voci si diffondono e i pochi sforzi per fermare la pandemia sono casuali.

Non a caso numerosi esperti di sanità pubblica affermano che l’Africa potrebbe diventare il prossimo epicentro della pandemia. Proprio la scorsa settimana l’Oms ha dichiarato che i casi confermati in Africa erano raddoppiati in 18 giorni, raggiungendo di fatto quota 200mila, mentre i primi 100mila si erano diffusi in circa 98 giorni.

Il dott. Matshidiso Moeti, direttore regionale dell’africa occidentale per il W.H.O., ha dichiarato qualche settimana fa, attraverso un briefing video, che: “anche se i casi in Africa rappresentano meno del 3% del totale globale, risulta chiaro che l’andamento dell’epidemia sta avendo una grande accelerata. Fino a quando il vaccino non sarà disponibile, il continente dovrà riguardarsi autonomamente. La maggior parte delle nazioni africane ha respinto la diffusione iniziale del virus per diversi mesi, in parte chiudendo presto i confini, vietando le riunioni pubbliche e, in alcuni casi, rintracciando in maniera efficace i contatti utilizzando l’esperienza passata per quanto riguarda le malattie infettive”.

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