Il giorno del ringraziamento

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Ogni quarto giovedì di novembre ricorre il “Giorno del Ringraziamento”, o Thanksgiving Day, una festività che unisce tutti gli Americani (in Canada in ottobre), un po’ come da noi succede per il Natale. Gli aeroporti, le autostrade sono intasate. Incredibilmente i negozi chiudono, le famiglie si riuniscono.
Conosciuta in Italia soprattutto come “Festa del Tacchino”, solo una volta ho avuto l’idea di festeggiarla all’Elba cucinando questo ingrediente principale. Compito non facile. Ricordo ancora l’espressione perplessa tra gli addetti al reparto macelleria in uno dei nostri supermercati, ci fu una consultazione tra loro per poterlo ordinare con diversi giorni di anticipo.
Durante la cena, la mia famiglia e gli amici invitati mi porsero molte domande. Molte riguardavano la ricetta, il “ripieno” e i vari ingredienti, sorprendentemente ricchi di sapori agro-dolci. Ma molte erano del tipo: “Cosa è esattamente questa festa? Chi si deve ringraziare?”
La prima domanda è facile, il “Thanksgiving Day” celebra la sopravvivenza dei primi coloni in America grazie all’aiuto degli indiani. Ogni insediamento fino ad allora era tragicamente fallito per mancanza di cibo. La cena ripropone i prodotti esistenti nel ‘600 nell’America pre-coloniale, tra cui tacchini, zucca e granoturco!
Ma la seconda domanda è più complessa. Il “ringraziamento” prende con questa ricorrenza un significato più vasto, quasi religioso. Di che cosa bisogna essere grati? C’è un bell’articolo sul New York Times di questi giorni in cui si chiede se, per poter ringraziare, bisogna prima essere grati. La risposta è sorprendente: – no, perché è difficile essere grati, onesti e autentici. È più importante invece ribellarsi contro certi impulsi negativi e comportarsi bene anche quando uno non se la sente. In sostanza, se uno si comporta da persona grata, diventi e ti senti grato.
Per molte persone, la gratitudine è un sentimento difficile. A parte situazioni personali di indigenza o depressione, ci sono molte circostanze ordinarie nella nostra vita che rendono la gratitudine difficile. L’evidenza mostra che siamo schiavi dei nostri sentimenti, circostanze e geni. Possiamo allora esercitarci a provare gratitudine? e così facendo, aumentiamo la nostra felicità? Sta a noi decidere. Se vogliamo una festa veramente felice, teniamo in mente la parte dei “grazie” da offrire nel Thanksgiving.
Ci sono studi scientifici, sociologici e neurologici sull’argomento, ma vale anche il buon senso. Potrei citare perfino quello che mi diceva la mia nonna da bambina. Uno si sente meglio quando sceglie di pensare a cose positive piuttosto che a cose negative. Dire “grazie” può disarmare l’interlocutore più arrabbiato. Dire “grazie” può essere contagioso, aprire nuovi scenari, può fare apprezzare di più gli amici, la famiglia, ma anche aspetti della vita apparentemente minori, come un panorama, un bosco di castagni, l’odore del mare, il colore di certi pesci, delle foglie, dei funghi nei nostri boschi…
Siate onesti, quando vi siete sentiti grati?

Cecilia Pacini