Green Economy, Revet: approvato il nuovo Piano Industriale

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L’assemblea dei soci della Revet, azienda che recupera il multimateriale derivante dalle raccolte differenziate di 235 Comuni Toscani con sede a Pontedera, ha approvato il nuovo Piano Industriale che prevede investimenti per circa undici milioni di euro.
Sarà potenziato l’impianto di selezione del multimateriale con un investimento di circa 3.000.00 euro; quello di selezione delle plastiche con l’importo di circa 4.700.00 euro e quello per il riciclaggio e la produzione di prodotti e semiprodotti da ricollocare sul mercato toscano per circa 3.000.000 di euro.

Verranno installati pannelli solari utilizzando i 23.500 mq di capannoni dello stabilimento per produrre energia rinnovabile e risparmiare così sulla propria bolletta energetica.

Si procederà in modo accelerato, con l’Università di Pisa (Dipartimento di Chimica Industriale) e Pont-Lab, a sviluppare la ricerca applicata e mirata a prodotti specifici per aggiungere valore e dare sbocchi diversificati ai materiali processati.

Verrà elaborato un Piano di comunicazione e di marketing per mettere in sintonia la potenziale domanda di prodotti derivati da materiale riciclato con l’offerta di Revet in modo da evidenziare gli sforzi che i toscani fanno sulla raccolta differenziata.
In questo modo l’azienda di Pontedera cercherà di reagire alla crisi economica e ai suoi effetti sul sistema delle raccolte differenziate e sui mercati dei prodotti riciclati consolidando e sviluppando i circa 200 posti di lavoro attuali.

Lo sforzo di Revet rappresenta un vero colpo d’ala del sistema delle aziende toscane che rappresentano la parte pubblica della compagine (Quadrifoglio, Sienambiente, Geofor, Publiambiente) nel perseguire obiettivi di integrazione finalizzati tanto all’efficienza della gestione dei rifiuti quanto all’efficacia del governo della filiera del riciclo.

Entro fine anno la compagine sarà implementata con ingressi di altre aziende toscane che ad oggi hanno manifestato interesse e volontà di investire in un progetto in sintonia con le migliori esperienze europee.

L’analisi di contesto, le strategie e gli obiettivi del Piano Industriale

Revet, dopo aver riorganizzato nella prima parte dell’anno in corso la propria compagine sociale e riorientato le proprie strategie in sintonia con il contesto e l’evoluzione di sistema in cui è chiamata ad operare, presenta il Proprio Piano Industriale per gli anni 2010-2014 in una fase congiunturale ricca di contraddizioni che rendono difficile definire un orizzonte che si presenta, anzi, ai limiti della imperscrutabilità.

I problemi non derivano solo dai sommovimenti profondi che scuotono l’economia globale-locale quanto dalla loro velocità che quasi impedisce di capirne il senso e il verso a chi (le istituzioni), di nuovo e a gran voce, è chiamato ad orientarli dopo che per lunghi anni era prevalso il “dinamismo autonomo” dell’economia.

La crisi finanziaria scoppiata nella seconda metà del 2007 ha avviluppato l’economia reale a partire dall’ultimo trimestre del 2008 i cui frutti più avvelenati sul versante dell’occupazione sono attesi nel 2010.

Il tutto in una crisi ecologica globale, oramai riconosciuta da tutti i leader mondiali, che ha smesso da tempo di tormentare solo le coscienze ambientaliste e si ripercuote direttamente sull’economia. Tanto che il tema della sostenibilità ambientale è oggi posto non solo in termini di salvaguardia, bensì come leva per uscire dalla stessa crisi (green economy).

Non è dunque incidentale che i due driver del metabolismo economico globale-locale, ovvero i flussi di energia e i flussi di materia, siano tuttora dis-turbati dalle manovre e/o dalle speculazioni finanziarie che, se lette secondo l’economia classica, producono veri e propri paradossi. A un calo della domanda di petrolio non si accompagna un calo del suo prezzo bensì un aumento. Così come di fronte a drastici cali di produzione del manifatturiero (20-30%) il prezzo delle commodities (le materie prime) invece di diminuire aumenta. In tutti i casi si registrano oscillazioni dei prezzi dell’energia e delle materie prime del tutto scollegati con l’economia reale. Le borse sono in recupero e il manifatturiero in recessione: il decoupling finanza-economia continua, continuano i suoi effetti e il mercato in cui è inserita Revet, quello della valorizzazione delle cosiddette materie prime seconde, ne risente in modo amplificato e comincia a dare segnali di cedimento non episodici. Un riallineamento, se ci sarà, non sarà questione di mesi. I lievi segni di ripresa del manifatturiero che vengono rilevati in queste settimane di discussione del nostro Piano Industriale sono dovuti essenzialmente ad una prudente ricostituzione delle scorte e tutti gli analisti indicano un tempo di quattro-sette anni prima che la domanda globale torni ai livelli del 2007. Intanto l’apparato produttivo cammina al 60-70% delle sue potenzialità reali.

Revet opera in una regione, la Toscana, che è, anch’essa, attraversata dalle convulsioni di una recessione che la obbliga a fare i conti con il suo modello di sviluppo che pure, fino ad oggi, non è stato solo crescita economica bensì anche bene essere e ben vivere.

Una regione che nell’ultimo decennio ha prodotto una copiosa (e spesso meticolosa e d’avanguardia) pianificazione territoriale, ambientale ed economica ma che, lo sfaldarsi del suo blocco storico socio-economico in combinato disposto con i suoi atavici campanilismi, ha impedito la presa diretta e concreta di questo sforzo pianificatorio sulla realtà effettuale.

L’irruzione del marketing, spesso ammantato da volontà di ascolto, nella politica e nella amministrazione della cosa pubblica ha prodotto frustranti quanto tortuosi percorsi di partecipazione conflittuale senza riuscire ad approdare a decisioni cogenti in tempi accettabili. In questo modo il conflitto, che è sempre stato la benzina dell’innovazione, si è tradotto in patologia incapace di declinare le manifestazioni di intenti in atti e in fatti.
Questa situazione, anzi e invece, ha spesso prodotto veri e propri processi di regressione. O, nel migliore dei casi, comunque di confusione e di entropia nei processi e nelle pratiche di governo. Se a ciò aggiungiamo il crollo verticale nella capacità di rappresentanza di tutti i soggetti collettivi (ivi comprese le rappresentanze imprenditoriali e ambientaliste) ben si comprende lo stordimento e il disorientamento di chi, fra le oltre 400.000 imprese toscane, è chiamato a fare i conti, letteralmente e quotidianamente, con decisioni e rischi del tutto sproporzionati e con una bussola orientata più dalla oscillazione dei media che non dai deliberati istituzionali.

Insomma, proprio nel momento in cui le istituzioni sono ri-chiamate a gran voce ad offrire la rotta dello sviluppo a quei soggetti di mercato che fino a ieri ne reclamavano la minimizzazione della loro presenza, queste faticano a riconquistare cognizione e pratica del loro ruolo di sintesi sociale e di orientamento del mercato.

Ciò è vero in particolare, e senz’altro, nel settore in cui opera Revet.
Questo settore entra, nel nostro Paese, nella sua fase “moderna” con 17 anni di ritardo dalla Germania. E vi entra con il c.d. Decreto Ronchi nel 1997.
La Toscana non solo è la prima ad approvare la conseguente Legge Regionale (la 25/98), ma è anche la prima ad approvare, nello stesso anno, il Piano Regionale di Gestione dei rifiuti urbani. Non solo, pur non obbligata, la Regione Toscana approva, nel 1999, anche il Piano dei rifiuti speciali e pericolosi nonché il Piano delle Bonifiche.
D’altra parte, già 10 anni fa, i rifiuti totali ( urbani, speciali, pericolosi) prodotti in Toscana ammontavano a circa 8 milioni di tonnellate/anno di cui gli urbani erano “solo” circa 2 milioni e gli speciali erano stati già monitorati come itineranti fuori regione nel decennio precedente.

Il primo quinquennio del nuovo secolo passava quasi tutto nello sforzo di articolare questi Piani regionali in Piani provinciali senza che a ciò ne seguisse uno analogo nel tradurli in pratica.
L’armatura complessiva del sistema di gestione toscano cominciava invece ad indebolirsi in ragione sia del fine vita di diversi impianti che del non decollo di quelli al servizio delle raccolte differenziate, che intanto cominciavano a crescere.

Eppure su questo versante, quello delle raccolte differenziate, c’è da annoverare in vero la performance più apprezzabile della Regione Toscana.
Ben oltre e ben al di la del fatto che, ancora oggi, si è sotto gli obiettivi proposti autonomamente e quelli imposti dalle leggi nazionali. Infatti, mentre il Paese intero ha gravissimi limiti di contabilizzazione e di certificazione delle raccolte differenziate, la Regione Toscana, fin dalla sua legge applicativa dell’ordinamento nazionale, si è invece dotata di uno strumento ( Agenzia, Regione, Recupero, Risorse) che le ha permesso di validare i flussi scremando ciò che in altre regioni si contabilizza senza alcun criterio di riferimento omogeneo e/o standardizzato.

Insomma, sarà pur vero che la raccolta differenziata della Regione Toscana non è formalmente al top della graduatoria nazionale, ma è anche vero che questa rappresenta una genuinità dei numeri di gran lunga più aderente alla realtà effettuale.
E’ evidente comunque che, il crescere del materiale raccolto in modo differenziato, avrebbe dovuto essere accompagnato dalla crescita di una impiantistica di trattamento e di riciclaggio che invece è rimasta del tutto ( o quasi) al palo.

La discussione, il confronto e il conflitto, invece di alimentare un equilibrio evolutivo, seppur graduale, ha prodotto un vero e proprio stallo operativo.

Tutto si è inchiodato sui soli rifiuti urbani ( e intanto quelli speciali, e ignorati, sono saliti a 7,5 milioni di tonnellate) e le iperboli sulla diminuzione dei rifiuti sono state brandite in paradossale parallelo con il massimo sforzo per una crescita economica reclamante maggiori flussi di materia (nel 2005 si prevedeva una diminuzione dei rifiuti urbani del 15% al 2010 e una crescita del Pil regionale attorno al 3%).

Il bilancio degli obiettivi sopra ricordati non è questione di questo Piano Industriale se non per ciò che riguarda la raccolta differenziata che, ad oggi, vede disponibili e validati i dati relativi al 2008 i quali ci segnalano circa il 37% complessivo. Gli sforzi del PRAA (Piano Regionale di Azione Ambientale) hanno dato dunque frutti apprezzabili. Ma si sono fermati esattamente al punto in cui erano indirizzati. Ovvero alla raccolta differenziata. Raccolta differenziata finalizzata a se stessa e non al riciclo effettivo dei materiali. Più di 800 mila tonnellate di materiale raccolto in modo differenziato che, ancora oggi, non hanno traccianti per essere riconoscibili e riconosciuti in ri-prodotti. E a nulla è valso il decreto 203/2003 che imponeva alle istituzioni tutte di acquistare, almeno per il 30%, prodotti derivati dal riciclo come a nulla è valsa la L.R. 25/98 e la recente L.R. 61/07 che prevedeva il 40% e perfino sanzioni per chi non lo avesse (cioè tutti) rispettato. Tutto ha fatto perno sui consorzi obbligati per legge a ritirare quei materiali, ma a nessuno è mai interessata la loro effettiva destinazione. Anzi, si è perfino costruito un immaginario mediatico e collettivo dalle depistanti caratteristiche pedagogiche per il quale raccolta differenziata e riciclo sono sinonimi.

Revet, in questo panorama, ha fino ad oggi svolto il proprio compito con dignità. Ma ora, appunto, è l’intero sistema che dà segni di cedimento.
A monte, con Comuni e aziende sempre più in affanno a garantire costi e ricavi dei servizi.
A valle con i Consorzi presi dalla tenaglia della crisi e dal calo dei volumi prodotti da materie prime che influenzano anche i volumi prodotti con materie riciclate.
E così, la filiera RD/riciclo, presenta sintomi di asfissia tali che se non aggrediti in termini immediati e con impostazione industriale, anche da Revet (ma Revet da sola non può “muovere” tutto il sistema), il rischio è l’inceppamento a breve.
Non si è mai visto un sistema che funzioni attraverso la reciproca ignoranza degli elementi che lo compongono. Eppure la filiera del riciclo, in Italia e in Toscana, è esattamente in queste condizioni: non osmosi ( come in qualsiasi filiera produttiva), ma separatezza. E se c’è una certezza, in questo panorama confuso e intriso di slogan, è esattamente quella per cui il sistema delle raccolte differenziate come praticato fino ad oggi costa di più delle raccolte indifferenziate ma offre performance ambientali non ottimali.
In Italia e in Toscana.

Il decreto Ronchi promosse i Consorzi obbligatori come soggetti transeunti che avrebbero dovuto, contemporaneamente, garantire il ritiro dei materiali e promuovere il mercato a valle per nuovi prodotti. I consorzi, insomma, avrebbero dovuto garantire quello che si definisce un equilibrio dinamico. E invece, fino ad oggi e non si sa per quanto, i consorzi hanno garantito si un equilibrio, ma statico: il mercato dei prodotti riciclati non è mai decollato in rapporto alla quantità dei materiali disponibili. Salvo, naturalmente, quello che era già esistente senza bisogno di creare i consorzi obbligatori. Alluminio e acciaio ad esempio (due dei materiali raccolti, selezionati e avviati al riciclaggio da Revet) non hanno mai avuto bisogno di sostegno per il riciclo essendo connotabili come filiere chiuse (da prodotto a prodotto). Ma la filiera del vetro e quella della plastica, per rimanere ai materiali trattati da Revet, sono in sofferenza da sempre.
La crisi ha acuito, e sta acuendo, questa sofferenza tanto da sfiorare anche le filiere dell’alluminio e dell’acciaio e i mesi a venire potrebbero riservare situazioni di maggiore difficoltà.

Come leggere altrimenti una situazione in cui i Comuni spingono giustamente per raggiungere gli obiettivi di legge della raccolta differenziata ma contemporaneamente ignorano la legge sugli acquisti verdi finalizzati esattamente a dare sbocchi a quegli stessi materiali che raccolgono in modo differenziato?

Come interpretare altrimenti una situazione in cui, sempre gli stessi Comuni, assumono acriticamente (e finanziariamente) modalità di raccolta (quali che siano) che garantiscono spesso una maggiore quantità ma che, pur costando di più, non assicurano, di per se, una maggiore qualità (che è il vero requisito per la finalizzazione del riciclo effettivo)?

E come interpretare il fatto che materiali di scarsa qualità devono essere smaltiti, con ulteriore dispendio finanziario sia da parte di Revet che da parte dei Consorzi i quali riversano poi sugli accordi con Anci (che rappresenta i Comuni) queste difficoltà senza che ciò venga minimamente avvertito come problema dagli stessi Comuni?

E infine, come interpretare la situazione per la quale le tensioni tendono a scaricarsi sugli anelli deboli (i cittadini innanzitutto) ai quali non rimane che la reazione molecolare e silenziosa dell’evasione della tassa o della tariffa facendo mancare sempre di più le risorse agli stessi Comuni proprietari di quelle stesse aziende di raccolta chiamate ad incrementare la differenziata?

Insomma, solo per chi li voglia valutare, vi sono tutti gli elementi affinché le singole componenti del sistema reagiscano con un sussulto di responsabilità e di reimpostazione della traiettoria attuale.

Dalla Regione che Pianifica le raccolte ma non il riciclo; alle Province che dovrebbero garantire le sanzioni a chi non fa acquisti verdi; ai Comuni che sono un perno in perenne dissonanza cognitiva; alle aziende che agiscono in privativa e che dovrebbero tenere insieme efficienza ed efficacia della filiera del riciclo attraverso un rapporto accettabile fra quantità e qualità; ai Consorzi che dovrebbero svolgere quella funzione di mallevadori territoriali del mercato e che, invece, continuano ad usare anche loro come sinonimi le parole raccolta, recupero (energetico) e riciclo: ognuno dovrebbe ri-sintonizzare lo svolgere la propria parte in rapporto a quella degli altri e in funzione del comune e vero obiettivo che è il riciclaggio dei materiali raccolti in modo differenziato da verificare, anche empiricamente, in nuovi oggetti ri-prodotti.

Ogni soggetto dovrebbe comportarsi come se dipendesse da se stesso.

Ovviamente, ciò vale anche per Revet!

Se Revet vuole evitare la tenaglia dell’incomunicabilità fra input ed output del proprio processo produttivo, deve (per quanto è nelle sue disponibilità) emancipare il proprio ruolo da “passamateriali” a vera e propria impresa manifatturiera che lavora per il mercato ( da costruire) toscano.

Facendo tesoro, ovviamente e innanzitutto, dell’esperienza fatta con l’impianto di riciclaggio rovesciandone l’approccio: partire dalle caratteristiche quali-quantitative della domanda potenziale; mirando ad innalzare la produttività complessiva; curando, in rapporto alla evoluzione delle necessità dei clienti a monte, l’attenzione al servizio sia sul versante della logistica che della tecnologia; tenendo di conto dei limiti di “efficientamento” di una azienda particolare quale è Revet; elaborando i numeri in modo dettagliato con indici più sofisticati possibile e evitando di sconfinare in ruoli e “mestieri” che sono spuri rispetto alla missione societaria.

Ciò detto e ricordato, in primo luogo a noi stessi, se l’azienda vuole svincolarsi il più possibile dal rapporto esclusivo, soffocante e pericoloso con i Consorzi e, insieme, mettere (obbligatoriamente) a valore ciò che valore, in passato, non ha dato (l’impianto di riciclo), la fase non presenta alternative alla torsione necessaria da imprimere alle strategie aziendali: “da snodo della gestione dei rifiuti ad azienda manifatturiera che aggiunge valore ai materiali in input”. Non è una scommessa: è una scelta imprenditoriale!

Ogni impresa manifatturiera misura la propria competitività su tre fattori: qualità e costo delle materie prime; produttività; valore aggiunto.

Il primo fattore pretende un feedback da parte di Revet verso Comuni e aziende a monte che sia sempre più indirizzato verso la qualità. E la qualità della materia prima che Revet deve processare non è data né dal contenitore, né dalle modalità con cui questo contenitore viene prelevato. E’ data dal come e dal cosa si mette nei contenitori, quali che siano e quali che siano le modalità di ritiro degli stessi.

Il secondo fattore pretende da Revet una profonda ristrutturazione e riorientamento nella gestione delle risorse umane. Revet non è e non vuole essere una azienda “aggiunta” alle municipalizzate. Revet deve costruire innanzitutto un senso della posizione e poi un senso di appartenenza dei propri lavoratori in sintonia con una azienda manifatturiera il cui valore aggiunto non è solo quello di mercato, ma anche quello sociale e ambientale. Va ri-sintonizzato e omogeneizzato il patrimonio delle competenze aziendali. Bisogna investire in ricerca, in conoscenza e in formazione.

Il terzo fattore pretende da Revet una altrettanto profonda ristrutturazione e implementazione impiantistica finalizzata ad aggiungere valore ai materiali affinché si possano trovare sbocchi di mercato territoriali basati sulla cifra di marketing dei tre valori anzidetti: ambientale, sociale ed economico, appunto!
E’ esattamente questo il fine dichiarato del Piano Industriale Revet 2010-2014.

Un Piano industriale che viene elaborato da una compagine sociale già modificata e che, al suo varo, registrerà ulteriori modifiche.

Un Piano industriale che viene da una compagine sociale che, pur senza clamori mediatici, rappresenta l’unico esempio di sistema e di sinergia fra aziende offerto dalla Toscana in questo settore.

Un Piano Industriale che viene dopo una coraggiosa analisi dell’ultima fase vissuta dalla azienda alla quale si è accompagnato un altrettanto coraggioso riorientamento delle strategie che hanno il loro perno nelle politiche regionali su quella parte essenziale della green economy che attiene alla minimizzazione, al risparmio e all’ottimizzazione sia dei flussi di energia ( metteremo a disposizione i 23.500 mq dei nostri capannoni per produrre energia rinnovabile per ridurre la nostra bolletta energetica) che dei flussi di materia. Ri-produrremo materia valorizzata, semiprodotti e/o manufatti e solleciteremo meticolosamente una domanda di mercato (pubblica e privata) ancora inespressa, attraverso investimenti in ricerca e sviluppo dei materiali in partnership con l’università di Pisa. Ricicleremo e ri-produrremo “materializzando” così gli sforzi che i Toscani fanno per differenziare i loro rifiuti.

Un Piano industriale che potenzia il perno dello stabilimento di Pontedera, nei suoi impianti di selezione del multimateriale pesante ( vetro, lattine, plastica, acciaio, tetrapak) con attenzione all’evoluzione dei diversi tipi di raccolta ( multimateriale leggero e mono), e che non rinuncia alle già attivate partnership sul territorio in modo flessibile e funzionale fino a prevedere scenari di ulteriore articolazione a media scadenza sull’area metropolitana.

Un vero e proprio Piano industriale “eco-eco” insomma. Che come tale dovrà e sarà accompagnato da un parallelo Piano di comunicazione e di marketing strategici affinché la domanda (pubblica e privata) sia all’altezza dell’offerta e viceversa.

Revet investe dunque sull’economia ecologica con la consapevolezza che i problemi attuali derivano più dal “software” di sistema che dall’ “hardware” impiantistico ma, proprio per questo, anche con la determinazione derivata dalla consapevolezza di poter tessere la “tela del suo futuro” dentro un quadro di riferimento dove tutti i soggetti sono obbligati a fare analoghi sforzi.