Presentato il rapporto “Il lavoro delle donne in tempo di crisi nella regione Veneto”

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Venezia – Nel 2011 in Veneto sono 885mila le donne occupate (il 41,5% dell’occupazione totale e il 46,5% della componente dipendente) e 60mila quelle disoccupate, numero pari al 54% del complessivo delle persone senza un lavoro, una percentuale comunque che era maggiore fino al 2008, anno in cui ha cominciato a contrarsi per l’accresciuto numero di maschi espulsi dal lavoro.

Rispetto agli uomini le donne occupate sono più giovani (di loro il 47,3% ha un’età inferiore ai 40 anni, percentuale che nei maschi tocca il 43,4%) e più istruite (il 59% ha un titolo di studio superiore alla maturità, rispetto al 47,9% degli uomini).

Sono alcuni dei dati contenuti nel rapporto “Il lavoro delle donne in tempo di crisi nella regione Veneto”, promosso dalla Commissione regionale Pari opportunità e condotto da Veneto Lavoro, che è stato presentato in una tavola rotonda venerdì 29 giugno a Venezia: un momento di confronto a più voci tra i diversi attori istituzionali e sociali regionali, per ipotizzare insieme linee di intervento possibili a sostegno dell’occupazione femminile, affinché le donne non siano penalizzate dalla contrazione di domanda di lavoro generata dalla crisi.

Il rapporto ha voluto capire come la crisi abbia colpito in modo diverso lavoratrici e lavoratori, quale sia la situazione per le donne e ancora, in che settori siano oggi maggiormente occupate e con quali forme contrattuali. Infine quali possano essere i percorsi da intraprendere per proteggerle dalla crisi e massimizzare gli effetti positivi degli interventi di formazione e placement attivati.

La crisi inizialmente ha colpito soprattutto il comparto manifatturiero, più esposto alla concorrenza mondiale, coinvolgendo maggiormente la forza lavoro maschile: la caduta occupazionale che nel periodo giugno 2008–dicembre 2011 ha interessato in Veneto oltre 70mila lavoratori dipendenti ha infatti toccato i maschi per i 2/3 del numero complessivo: la concentrazione femminile in ambiti specifici, generalmente ritenuta negativa, ha costituito dunque un primo argine agli effetti della crisi economica sull’occupazione femminile. Per quel che riguarda le cadute occupazionali femminili, nell’industria ne è soprattutto coinvolto il settore del “made in Italy”.
Come effetto della crisi sulle donne, aumenta il lavoro domestico, che vede la componente femminile assolutamente dominante (83%) e nel 2011 registra sempre maggiori assunzioni (anche di collaboratrici italiane); così pure perdura nello stesso anno il boom del lavoro intermittente, con una crescita delle assunzioni del 22% di cui le donne sono le maggiori responsabili.

Dopo una prima parte che ricostruisce il contesto generale europeo, italiano e veneto, lo studio fotografa il panorama della formazione professionale in Veneto, strumento per agevolare l’inserimento o il reinserimento e la conseguente occupazione. Quella iniziale nel triennio 2008-2010 ha visto in Veneto 11.417 allievi portare a termine un corso di formazione triennale: di loro 4.273 sono donne, pari al 37,4% del totale. Negli indirizzi formativi si riscontra una stereotipata segregazione di genere: estetista, confezionista-modellista, accoglienza turistica, acconciatore, operatrice di punto vendita, segretaria sono quasi ad esclusiva prevalenza femminile e, di conseguenza dall’altra parte operatore meccanico, edile, installatore e manutentore, saldocarpentiere, carrozziere e autoriparatore sono qualifiche a prevalenza maschile, legate maggiormente alla domanda tipica del sistema produttivo industriale. Rispetto invece alla formazione per disoccupati (corsi di formazione conclusi nel 2009) sono poco meno di 2mila gli individui coinvolti, equamente ripartiti per genere con una scelta dei percorsi meno stereotipata.
Ma quale l’efficacia in termini di esiti occupazionali per i frequentanti i corsi? I maschi che hanno frequentato la formazione iniziale presentano una maggiore partecipazione al mercato del lavoro e tassi di occupazione mediamente più alti ma di poco superiori rispetto alle donne (88% contro 81%); nella formazione per i disoccupati, invece, sono le donne a mostrare le migliori performance (76% rispetto al 72% dei maschi).

Nell’ultima parte del rapporto attraverso otto interviste si raccoglie l’opinione di alcuni attori del mondo dell’impresa, del sindacato e della formazione: ne emerge l’importanza dell’interazione tra le reti presenti sul territorio per veicolare la domanda di lavoro e la necessità di operare in sinergia; si sono rilevate pure alcune debolezze su cui bisogna intervenire in un’ottica “anti crisi” e interessanti proposte per rendere efficaci gli interventi e maggiormente coerenti i percorsi di formazione.

Tra le criticità emerse la scarsa presenza e la rigidità dei servizi a sostegno delle famiglie: si tratta di uno dei principali limiti alla presenza delle donne in percorsi di formazione. E ancora, rispetto alla formazione per gli occupati, il fatto che la maggioranza dei corsi sia basata su piattaforme generiche (come la sicurezza) o trasversali, con effetti trascurabili sulle chance occupazionali.
Un’altra significativa debolezza rilevata è la discontinuità dei provvedimenti: diventa invece necessaria la programmazione di una strategia di lungo periodo per i differenti soggetti, disegnata secondo traiettorie coerenti con le esigenze delle imprese, la programmazione regionale e le reali necessità dei lavoratori coinvolti.

Dalle interviste emerge anche come sia necessario superare alcuni stereotipi professionali che continuano a perdurare generando un circolo vizioso tra formazione e occupazione, influenzando le scelte formative secondo una logica di riproduzione dell’esistente e riducendo l’occupabilità e il potenziale innovativo connesso con la valorizzazione delle competenze femminili.