Unione Europea, dentro o fuori?

Editoriale di Riccardo Cacelli, europeista liberal democratico

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Londra – Una delle prime proposte di riunificazione dell’Europa sotto l’egida di un’unica istituzione sovranazionale fu avanzata dal grande scrittore francese Victor Hugo, ma solo dopo le due guerre mondiali, con milioni di morti in ogni paese europeo, nacque la volonta’ di ricostruire una senza conflitti fra le sue nazioni.

Ed il 9 maggio di ogni anno si festeggia la nascita dell’Europa perche’ quel giorno del 1950 fu presentata da parte di Robert Schuman il piano di cooperazione economica, ideato da Jean Monnet ed esposto nella Dichiarazione Schuman, che segna l’inizio del processo d’integrazione europea con l’obiettivo di una futura unione federale.

La data coincide anche con il giorno che segna la fine della Seconda Guerra Mondiale: il 9 maggio è infatti il giorno successivo alla firma della capitolazione nazista.

Da allora sono stati stipulati 21 Trattati.

In particolare il trattato di Lisbona del 2007, entrato ufficialmente in vigore il 1º dicembre 2009, provvede al riparto di competenze tra Unione e Stati membri, e rafforza il principio democratico e la tutela dei diritti fondamentali, anche attraverso l’attribuzione alla Carta di Nizza del medesimo valore giuridico dei trattati.
Quello dell’Unione Europea e’ un lungo percorso, che si dovrebbe adeguare costantemente all’attualita’ dei tempi sia rispetto alla societa in rapida trasformazione e la politica dovrebbe essere lo strumento capace di trasformare i cambiamenti in azioni per il progresso dei popoli europei.

Molti confondono l’Unione Europea con l’Euro.

E’ giusto ricordare che l’euro è la valuta comune ufficiale dell’Unione europea (nel suo insieme) e quella unica attualmente adottata da 19 dei 28 (27 tra qualche mese) Stati membri dell’Unione aderenti all’Unione economica e monetaria dell’Unione europea.

La nascita ufficiale della moneta unica europea avvenne il 1º gennaio 1999 ed il debutto dell’euro sui mercati finanziari risale al 1999, mentre la circolazione monetaria ebbe effettivamente inizio il 1º gennaio 2002 nei 12 Paesi dell’Unione che per primi hanno adottato la nuova valuta.

In Italia da anni alcuni partiti, movimenti politici ed economisti si sono dichiarati apertamente anti Unione europea ed anti-euro.

E se l’Italia tornasse alla lira?

I trattati ed altri accordi europei, mentre prevedono la possibilita’ di abbandonare l’Unione Europea, non contengono nessun riferimento a procedure formali di una uscita dall’Eurozona, ritenendo implicitamente l’adozione dell’euro come una scelta irreversibile.

Come hanno scritto Enrico Marelli e Marcello Signorelli nel loro libro “ E’ se l’Italia tornasse alla lira” e’ importante sottolineare il primato della politica, nel senso piu’ nobile del termine, nel dilineare una visione saggia delle dinamche storiche, assieme a scelte lungimiranti e democratiche; non dimenticando che il processo di sviluppo deve essere finalizzato all’espansione della liberta’ individuale, rafforzando acnhe la liberta’ positive che consente a tutti I cittadini di realizzare se stessi.

Le tre opzioni: Italexit unilaterale, Euroxit incontrollata e Euroexit concordata, non si dovrebbero neppure prendere in considerazione nonostante i sostenitori del ritorno ad una moneta nazionale dicono che favorirebbe una crescita maggiore e piu’ stabile e quindi una minore disoccupazione.

Un sicuro vantaggio sarebbe quello che la presenza di una banca central nazionale sarebbe piu’ in grado di rispondere con prontezza e adeguatezza agli shock riducendone l’impatto e gli effetti persistenti.

Ma un eventuale ritorno dell’Italia a una moneta nazionale si accompagnerebbe sicuramente a una svalutazione (dall’11% al 40%). Questo significa che gli italiani tenterebbero di mettere in salvo i risparmi in euro (vi ricordate il lontano 1991 l’assalto ai supermercati il giorno dell’inizio della prima Guerra in Iraq?) dalla svalutazione della nuova moneta nazionale.

Quindi vi saranno leggi per impedire la fuga di capitali (per esempio: aperture di conti all’estero ed acquisto di attivita’ finanziarie in moneta estera).

Basterebbero solo alcuni rumors su una reale possibile uscita dalla eurozona che si scatenerebbe una fuga di capitali estremamente rapida e le banche potrebbero essere percepite a rischio fallimento dovuto essenzialmente alla svalutazione ed al deterioramento dei bilanci degli istituti di credito in presenza di una ridenominazione del debito pubblico che ricordiamo e’ detenuto in quantita’ rilevante dale banche italiane.

Questo e’ lo scenario probabile descritto da molti economisti.

La politica deve farsi carico di dare delle risposte all’insofferenza ed alla mancanza di vera e precisa informazione riguardo l’Unione Europea e l’Euro.

Con troppa superficiliata’ viene data la colpa della crisi italiana all’Unione Europea e all’Euro.
In parte e’ vero, ma non al 100%.

Una recentissima ricerca della Cgia, dopo aver scomposto il paese nelle sue macro-aree economiche, si trova che il nord Italia ha un ritmo di crescita paragonabile a quello della Germania, mentre il vero grosso problema è il sud Italia, che tiene a malapena il passo con la Grecia.

Ora, i dati sono chiari: se il nord Italia cresce come la Germania, ovvero il paese che secondo le favole italiane più ha beneficiato dell’euro, l’area valutaria comune europea non può essere considerata un freno alla crescita almeno del nord e questo per il semplice fatto che nel nord Italia questa crescita in effetti c’è.

Guardiamo anche il rapporto presentato dalla Cna di Veneto, Emilia e Lombardia.
Cosa ci viene detto?

Che nel 2017 le tre regioni in questione, quindi Lombardia, Veneto ed Emilia, non solo hanno raggiunto e superato il livello di pil del 2007, ma le loro esportazioni rispetto a prima della crisi sono aumentate in alcuni settori anche del 70%.

In queste tre regioni, ma probabilmente anche i dati del Piemonte e delle regioni autonome del nord non sono molto diversi, la crisi è stata superata e quindi molta della capacità produttiva inutilizzata su cui i sovranisti vorrebbero fare leva per le loro politiche di spesa in deficit, semplicemente non esiste più.

L’area monetaria europea a questo punto è chiaramente ottimale per il nord Italia.
Le sue esportazioni volano e il tasso di crescita è quasi normalizzato rispetto al suo potenziale.
Il problema è col sud Italia.
Ma allora l’area euro non è una area valutaria ottimale per il meridione d’Italia?
Potremmo fare tale inferenza solo se il sud Italia fosse andato bene prima dell’adesione all’euro, ma in effetti la questione meridionale, ovvero la mancata crescita e convergenza economica del paese, nasce di fatto con l’unità d’Italia.
E questo ci dice allora un’altra cosa: l’area valutaria non ottimale per il meridione d’Italia non è l’euro, ma l’Italia stessa.

Italia che ha sempre cercato di risolvere il problema economico meridionale tramite esattamente le politiche economiche che i sovranisti vorrebbero implementare a livello europeo, quindi trasferimenti monetari dalle aree ricche a quelle povere e politiche monetarie reflattive per impedire da un lato la nascita di spread di rischio e dall’altro il riassorbimento dei differenziali di prezzo tramite politiche di mercato deflattive.

Qualcuno potrebbe obiettare che negli anni d’oro dei trasferimenti nord-sud, quindi gli anni dal 1950 al 1980, il sud cresceva e convergeva col nord.

Questo è vero, ma tale crescita era puramente nominale e dipendente dai trasferimenti stessi, i quali sono stati incapaci di creare una economia meridionale in grado di crescere e competere da sola.

Non appena infatti i trasferimenti sono scesi, il trend di crescita è tornato al suo livello di sempre.
Un livello accompagnato da bassa competitività del sistema economico.

Inoltre nell’ultimo sondaggio Eurobarometro condotto tra l’8 e il 26 settembre 2018 da Kantar Public in tutti e 28 gli Stati membri e’ risultato che il 65% degli italiani si dichiara favorevole all’euro, ma il 43% degli intervistati in Italia sono i meno convinti dei benefici dell’appartenenza all’Unione Europea (43%).

In base a questo sondaggio, che sono state condotte con un campione di 27.474 europei di 16 anni o più, intervistati con metodologia faccia a faccia, il 68% degli europei ritiene che il proprio Paese abbia tratto beneficio dall’appartenenza all’Ue e il 61% degli intervistati considera positivamente la moneta unica.
In caso di referendum solo il 44% degli italiani voterebbe per restare nell’Ue contro il 66% a livello europeo. E’ il dato peggiore dei 28 paesi aderenti all’Ue.

Quindi serve piu’ coinvolgimento dei popoli, piu’ cultura quale elemento collante per la creazione di una Unione Europea piu’ giusta ed equilibrata per tutti.

E le prossime elezioni di maggio (dal 23 al 26 maggio) saranno il banco di prova.

Infine, dentro o fuori?
(continua)

Riccardo Cacelli