Per Facebook una tassazione in salsa italiana

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La “buona volontà” di Zuckerberg
Facebook ha annunciato che, contrariamente a quanto ha fatto finora, costituirà nei paesi in cui opera uffici nazionali ai quali attribuirà i ricavi realizzati sulla clientela nazionale da questi servita. Lo farà, viene sottolineato, per “garantire maggiore trasparenza ai governi e ai politici locali che richiedono più alta visibilità sui ricavi associati a vendite localmente supportate”. Si vuole, insomma, alludere al fatto che la web company delle “facce da ricordare” avrebbe ben potuto continuare come prima (cioè mercati globali, ma fatturato tutto irlandese) e che solo per gentile concessione al chiacchiericcio locale si cambia il modello organizzativo. Una scelta, potremmo dire così, politically correct.
Mi pare, invece, si debba prendere atto che, nonostante l’inadeguata funzione esercitata dall’Ocse sulla riscrittura del concetto di stabile organizzazione, nonostante la stucchevole subordinazione intellettuale di quanti continuano a sostenere l’impossibilità di agire senza l’intervento di futuribili accordi internazionali, l’iniziativa dei singoli stati sta portando a qualche risultato utile. Le posizioni assunte dalla Commissione europea (opportunamente sollecitata da Italia, Francia, Germania e Spagna), la diverted profit tax inglese, la positiva adozione in sede Ocse del Cbcr (Country by Country Report) e, per finire, la web tax italiana appena approvata al Senato, hanno dunque sortito un primo effetto. Le multinazionali della digital economy devono confrontarsi ora con la convenienza a comportarsi come una grande impresa qualsiasi – che determina il suo profitto, anche locale, a costi e ricavi – oppure soggiacere a una tassazione forfettaria inevitabilmente rozza e pure, in qualche misura, penalizzante.
Facebook – che ha appena dichiarato ricavi di fonte italiana per 9 milioni di euro e ha pagato imposte per meno di 0,3 milioni – semplicemente l’ha capito e si sta adeguando. Vedremo cosa faranno gli altri.

Rivedere il concetto di stabile organizzazione
Ma anche sull’adeguamento c’è qualcosa da dire. L’enunciazione di tassare in Italia i “ricavi associati alle vendite localmente supportate” contiene una riserva non indifferente. Non vengono, cioè, ricompresi fra i ricavi in questione tutti i flussi in uscita dall’Italia verso il mondo Facebook (ovunque domiciliato) ma solo quelli generati dagli uffici vendita italiani. Ed è evidente che l’iniziativa di questi potrebbe essere limitata (o ampliata) secondo le convenienze del caso; potrebbe addirittura capitare che venga rivolta solo verso l’apertura di nuovi segmenti di mercato affidati all’iniziativa italiana nella fase di start up (cioè con profitti modesti o nulli) e poi passati ad altro ufficio, stavolta non più italiano, quando il relativo mercato mostri segni più appetibili. Certo, se il concetto di stabile organizzazione fosse aggiornato e rapportato ai flussi provenienti dallo stato della fonte piuttosto che alla consistenza degli uffici locali, la problematica si sgonfierebbe. Resterebbe aperta la diversa questione della corretta individuazione del reddito della stabile organizzazione.
Al riguardo, dovrebbero essere attribuiti alla stabile determinati costi sopportati in sede centrale: per capirci i programmi, il know how, i brevetti realizzati nella Silicon Valley, il marchio e la difesa e manutenzione del tutto. Ed è evidente che il cosiddetto “valore normale” di queste voci non è di facile determinazione. Ma è, in fondo, la problematica tipica del rapporto fra fisco locale e impresa multinazionale e gli strumenti per affrontarla sono conosciuti e anche in via di progressivo adeguamento: dai cosiddetti Apa (advanced price agreement) – ruling internazionale nel nostro linguaggio – ai Cbcr, alla ripartizione del profitto sulla base di criteri di attribuzione basati su parametri e non sul profitto individuale (local apportionement) previsti nella direttiva Ccctb sulla base imponibile consolidata comune per l’imposta sulle società.
Ma in assenza di interventi all’altezza dell’evoluzione storica su struttura e presupposti di tassabilità della stabile organizzazione – opera in cui l’Ocse sta davvero mostrando il peggio di sé – non resta che arrampicarsi, sia pure in via solo transitoria, su una qualche forma di equalization tax come quella appena varata dal Senato, che ha il pregio di incidere sui flussi non attribuibili a una stabile organizzazione lasciando all’operatore non residente la facoltà di scegliere, in sostanza, se attribuire i ricavi in questione a un’entità nazionale – tassabile a costi e ricavi – o lasciarli nelle mani di un percettore estero privo di stabile organizzazione in Italia ma, proprio per questo, pienamente gravato dalla equalization tax del 6 per cento. (http://www.lavoce.info)

Tommaso Di Tanno

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