La metà del cielo diventa un terzo in Parlamento

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Quante donne entreranno nel nuovo parlamento? È una domanda importante in un momento post-elettorale che cade così vicino alla festa delle donne. Gli elenchi con i nuovi eletti non sono ancora definitivi, si ha una sostanziale certezza solo per i vincitori dei collegi uninominali e per i candidati ai primi posti nelle liste plurinominali. Ma si può già cominciare a valutare se la nuova legge elettorale ci restituisce una composizione del Parlamento leggermente più equilibrata.
Alla Camera entrano 210 donne su un totale di 630 deputati, il 33 per cento; al Senato ne entrano 107 su 315 senatori eletti, il 34 per cento. Cinque anni fa, quando la legge elettorale non prevedeva strumenti espliciti di promozione del genere meno rappresentato, alla Camera le donne costituivano il 31 per cento, mentre al Senato erano solo il 29 per cento (dati Eige). Tuttavia, nella passata legge elettorale non vi erano strumenti espliciti di promozione del genere meno rappresentato. Quando manca la conferma dell’elezione ormai solo di pochi parlamentari, è possibile quindi osservare che solo al Senato c’è stato un significativo miglioramento nella rappresentanza femminile. Un risultato che deve far riflettere perché, al contrario della precedente legge elettorale, il Rosatellum prevede espressamente strumenti per promuovere la parità di genere per i candidati in lista. Quindi, se, tra le altre cose, la quota impone la presenza minima di un genere al 40 per cento nelle liste ma le elette sono di meno, significa che qualcosa non ha funzionato.
Tutto ciò è probabilmente una conseguenza del fatto che i partiti sono riusciti sapientemente ad aggirare le regole sulle quote rosa nella definizione delle candidature e perché le preferenze degli elettori per i diversi partiti mediano il passaggio tra la composizione per genere dei candidati e la composizione per genere degli eletti. Perché guardare alla rappresentanza di genere in politica? Perché è l’ambito in cui a livello internazionale si osservano i maggiori divari tra uomini e donne. Secondo i dati del World Economic Forum, solo il 23 per cento del gap tra uomini e donne nell’empowerment politico è stato colmato: la discussione sulla parità nelle opportunità tra uomini e donne passa necessariamente da qui.
Liquidare la bassa presenza femminile nei parlamenti o nei governi con l’affermazione che le donne non sono interessate alla politica significa ignorare che il ruolo dei partiti, dei votanti e delle regole elettorali è cruciale. La ricerca scientifica mostra che quando si impone ai partiti di formare liste più equilibrate rispetto al genere, più donne vengono elette e la qualità dei politici aumenta, soprattutto grazie a un miglioramento di quella degli uomini. Quando si amplia la possibilità di esprimere preferenze, come accade con la doppia preferenza di genere, i votanti ne fanno uso, garantendo un maggiore equilibrio nei luoghi decisionali, a beneficio non delle donne, ma della democrazia nel suo complesso.
Le recenti elezioni confermano solo parzialmente questi esiti. Da un lato, il voto uninominale a Camera e Senato e il voto nel Lazio sembrano andare nella giusta direzione; dall’altro, le elezioni regionali in Lombardia restituiscono risultati poco incoraggianti, anche se in questo caso si sconta una tradizione “maschilista” nel Consiglio regionale lombardo, dove nel 2013 le elette erano addirittura di meno, a legge elettorale invariata. Come si vede, la strada della parità di genere in politica è ancora lunga.

Paolo Balduzzi, Alessandra Casarico e Mariasole Lisciandro