La Roma etrusca La scalata dell’urbe iniziò con gli Etruschi

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Un ricco imprenditore etrusco, figlio di un greco e marito di una nobile, decide di lasciare la sua città, Tarquinia, per cercare fortuna nell’emergente Roma. È il “sogno americano” di allora: sfondare nella patria delle opportunità. E così accade. Col suo tesoro, e con un seguito di artigiani specializzati, si trasferisce nell’urbe e diventa consigliere del re, Anco Marzio. Fino a succedergli al trono, verso il 616 a.c. Inizia così, con la storia di successo di Tarquinio Prisco, la dinastia dei re etruschi che regnarono su Roma fino al 509 a.c.
Roma era una grande città latina, che fu capace di creare e plasmare un mondo a sé stante, assorbendo il meglio di quanto offrivano i vicini. E, tra questi, proprio gli Etruschi svolsero un ruolo fondamentale, nel bene e nel male. «Roma aveva una propria fisionomia ben consolidata», spiega Laura Michetti, docente di Etruscologia alla Sapienza di Roma. «Anche se parliamo di re etruschi, per la loro origine, sarebbe sbagliato dire che Roma fosse una città etrusca tout court. Certamente i grandi centri urbani etruschi erano gli unici paragonabili con Roma in età arcaica: erano le sole realtà politiche autonome importanti con cui Roma si poteva confrontare e relazionare. Per questo gli scambi culturali erano continui, vivaci e molto fecondi».
Fu però con la dinastia etrusca che Roma – divenuta una metropoli da 300 ettari e 40mila abitanti, un’enormità per l’epoca – raggiunse i rapporti più stretti con i suoi vicini settentrionali. Chi erano dunque questi Etruschi che contribuirono a fare grande Roma?

A decorare il simbolo di quella Roma, il tempio di Giove, furono chiamati i migliori artisti etruschi
SFOGGIO DI POTERE. Tarquinio sul trono non ragionò da etrusco. Prese una città ancora grezza e la trasformò in una capitale. Fu lui ad avviare i lavori del Tempio Capitolino. Un passaggio importante, anche perché consacrava la triade Giove-giunoneMinerva (di stampo etrusco) come la principale protettrice di Roma, a discapito delle divinità più antiche. Per decorare il tempio chiamò i migliori artigiani etruschi dall’importante centro di Veio e, tra questi, l’archistar Vulca, per altro l’unico artista etrusco di cui conosciamo il nome (a parte il leggendario fabbro Mamurio Veturio, anche lui di Veio, e anche lui già all’opera a Roma, sotto Numa Pompilio).
Proprio a Vulca fu affidato il compito di realizzare la “Quadriga dei veienti”, rappresentazione in terracotta del carro di Giove e uno dei sette oggetti sacri che garantivano la forza dell’urbe: dentro la sua fornace crebbe a dismisura, tanto che per estrarla si dovette rompere la struttura. Profezia della grandezza di Roma? La Quadriga andò a svettare su Roma dal tetto del tempio, tra le cui mura sarebbero poi stati conservati anche i Libri sibillini, la chiave di ogni importante decisione romana. Davanti al suo portone terminavano le processioni trionfali dei generali vittoriosi (ispirate agli analoghi trionfi etruschi), e i consoli con solenne sacrificio inauguravano il loro mandato.
Durante gli scavi delle fondamenta del tempio fu rinvenuta una testa integra (forse quella del condottiero etrusco Aulo Vibenna) che fu interpretata come presagio del fatto che Roma sarebbe stata caput mundi.
E ci si imbatté anche nell’altare del dio Terminus, protettore dei confini, l’unica divinità, si racconta, che non aveva accettato di lasciare il posto, in quel luogo sacro, all’unico signore degli dèi, Giove: per molti, un chiaro indizio che le frontiere di Roma sarebbero state eterne. Insomma tutto trasudava natali etruschi. Persino le insegne della monarchia furono create a somiglianza di quelle etrusche: il trono e lo scettro d’avorio, il fascio littorio. RADICI NASCOSTE. Fu sempre Tarquinio Prisco ad avviare la costruzione della Cloaca Maxima e del Circo Massimo, definendo l’urbanistica della città, così come avvenne con la cerchia delle mura completata poi dal suo successore, Servio Tullio, il quale estese l’area urbana includendo definitivamente nell’abitato i Sette Colli. Servio – il più amato dei re di Roma – è considerato anche lui parte della dinastia etrusca: secondo lo storico Tito Livio, salì sul trono con l’appoggio di Tanaquilla (la moglie di Tarquinio Prisco, che aveva avuto un ruolo fondamentale anche nella scalata a Roma del marito). A Servio è attribuita la divisione della società in classi di reddito, una rivoluzione sociale e militare, essendo la leva reclutata fra quelle classi. Ma alla storia ufficiale di una “tranquilla” linea di successione Tarquinio-servio-tarquinio (all’interno della quale recentemente l’archeologo Andrea Carandini ha ipotizzato che Servio potesse essere il figlio illegittimo o segreto di Tarquinio Prisco) si contrappone una versione meno pacifica. Testimone d’eccezione: l’imperatore Claudio (10 a.c.-54 d.c.).

Il sovrano, etruscologo per passione, in un celebre discorso identifica
L’ultimo re, Tarquinio il Superbo, volle che ogni decisione venisse presa consultando i Libri sibillini

Servio con il mitico Mastarna, il quale sarebbe stato un comandante militare nella brigata dei fratelli Celio e Aulo Vibenna, originari di Vulci ma attivi per proprio conto in un contesto transnazionale. Guerreggiando per il Lazio Settentrionale, i tre compari si scontrarono anche contro un gruppo rivale di cui faceva parte tale Gneo Tarquinio Romano: un conflitto fra Etruschi per il potere su Roma. Città dove si sarebbero diretti i resti del loro esercito, per accamparsi sul Celio, che prese il nome dal primo leader, ormai scomparso. Nell’urbe, Aulo e Mastarna sarebbero entrati in conflitto e il primo avrebbe avuto la peggio: come abbiamo visto, proprio sua sarebbe stata la testa che, ritrovata sul colle, diede il nome al Campidoglio: caput Aulii. Mastarna, invece, prendendo il nome di Servio Tullio sarebbe stato il sesto re di Roma, grazie quindi ad armi etrusche.
Le sue figlie sposarono i figli (o nipoti) di Tarquinio Prisco, ma non fu una storia a lieto fine: la minore delle due, detta “la scellerata”, uccise marito e sorella e sposò il cognato Lucio, l’unico abbastanza spietato da soddisfarla. Così quel Lucio Tarquinio salì al trono diventando noto come il Superbo. A lui (a volte confuso con l’omonimo predecessore) è attribuito un altro momento chiave della storia di Roma. Acquistò a un prezzo esorbitante i Libri sibillini dopo che l’anziana Sibilla di Cuma ne aveva bruciati sei su nove. Da allora all’interpretazione dei Libri fu affidata ogni decisione cruciale. Le sibille appartengono alla tradizione greca, ma in tema di divinazione gli Etruschi furono sempre riconosciuti come grandi maestri.

“INVASIONE”. A quel punto a Roma c’era più di un etrusco. «Una presenza stanziale etrusca a Roma è accertata e incontestabile. A fianco del Foro sorgeva il Vicus Tuscus, il quartiere abitato dagli Etruschi, probabilmente in prevalenza artigiani e mercanti», spiega Laura Michetti. «Inoltre i recentissimi scavi archeologici di Clementina Panella hanno portato alla luce diverse iscrizioni etrusche del VI-V secolo a.c. nelle curiae veteres, cuore politico di Roma. Il che – a fronte anche delle poche iscrizioni latine coeve – dimostra un ruolo da parte di Etruschi anche in aree non periferiche né semplicemente commerciali dell’urbe; zone in cui si prendevano decisioni e forse si gestiva il potere». D’altro canto, quando il Superbo venne cacciato dalla rivolta dei Romani che non sopportavano più le angherie del re, non si trattò affatto di una lotta etnica di Latini contro Etruschi: tra i congiurati aristocratici molti erano della stessa cultura di Tarquinio, a partire dal celebre Bruto che del re era un parente. Roma non era stata etrusca, ma allo stesso tempo anche quando cacciò i re etruschi non smise di attingere alla cultura del raffinato popolo che le abitava così vicino.

(Focus Storia, 18 May 2018 Aldo Bacci)