Cresce la povertà tra stranieri e italiani

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20080412 - ROMA - SOI - Poveri a Roma nel mercato rionale di Val Melaina raccolgono generi di prima necessità in terra tra gli scarti ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Tra il 2016 e il 2017 il numero delle famiglie in povertà assoluta è aumentato, secondo le stime Istat, di 158mila unità, passando dal 6,3 al 6,9 per cento del totale. È un incremento che stupisce di fronte a una crescita del Pil che, anche se meno rapida di quella di altri paesi dell’Eurozona, è in atto dal 2015 con una graduale accelerazione, come discutiamo in un altro articolo.
L’aumento della povertà ha tante dimensioni. Nel comunicato Istat si legge che un terzo dell’incremento (due decimi di punto percentuale sui sei decimi totali di aumento) si deve alla crescita dei prezzi al consumo che nel 2017 è stata pari all’1,2 per cento. Se aumenta il costo della vita, meno persone possono permettersi l’acquisto del paniere “minimo” al di sotto del quale una famiglia è classificata come povera. Il comunicato Istat riporta anche che l’ “intensità della povertà” (“quanto poveri sono i poveri”, ovvero di quanti punti percentuali la spesa mensile delle famiglie povere è mediamente sotto la linea di povertà) è sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente. Fa eccezione il sud Italia dove si osserva una crescita di tale intensità che sale dal 20,5 al 22,7 per cento. E ciò avviene nell’anno in cui il Pil del Mezzogiorno è tornato a crescere finalmente sopra all’1 per cento (all’1,4 per cento, per la precisione).

per tutti, italiani e stranieri
Qui ci concentriamo sulle differenze tra italiani e stranieri per i loro incandescenti risvolti politici. Secondo i dati Istat, nel 2017 c’erano in Italia 158mila famiglie povere in più rispetto all’anno precedente (1 milione e 778 mila contro il milione e 619 mila del 2016).
Ma i poveri in Italia sono più spesso stranieri

La povertà è quindi in crescita, e l’aumento riguarda sia i nuclei familiari italiani che quelli stranieri. Dati più disaggregati mostrano che è salita la percentuale di famiglie povere di soli italiani al nord (dal 2,6 al 3,1 per cento del totale) e – più nettamente – al sud (dal 7,5 al 9,1 per cento), mentre al centro il dato è in lieve calo.
Ma i dati Istat del 2017 confermano chiaramente che per le famiglie costituite di soli stranieri (sono 1,6 milioni) il rischio di essere in povertà assoluta continua a rimanere di sei volte (29,2 diviso 5,1) più elevato rispetto a quello che pende sui 23,8 milioni di famiglie italiane. È più o meno la stessa sproporzione che si osservava nel 2016. Pur essendo solo il 6,6 per cento delle famiglie residenti in Italia, quelle di soli stranieri rappresentano il 27 per cento di tutte le famiglie povere e il 32 per cento degli individui poveri.

Povertà e reddito di cittadinanza

I dati sopra riportati non sono solo aride statistiche, ma hanno una grande rilevanza politica. Subito dopo la pubblicazione dei dati Istat, il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, ha infatti diffuso un comunicato in cui mette fretta al Parlamento e al governo per una rapida introduzione del reddito di cittadinanza come strumento di lotta contro la povertà. Peccato che nella versione delineata nel contratto del governo del cambiamento (articolo 19, pagina 34) dal reddito di cittadinanza gli stranieri siano esclusi. “Il reddito di cittadinanza è una misura attiva rivolta ai cittadini italiani al fine di reinserirli nella vita sociale e lavorativa del paese” (la sottolineatura è nostra).
Andrebbe così a finire che la principale misura anti-povertà del nuovo esecutivo – poiché riservata ai cittadini italiani, per ridurne i costi per lo stato e per ottenere il gradimento della Lega – escluderebbe dai potenziali beneficiari circa un terzo (il 32 per cento) dei potenziali destinatari. Proprio quelli che secondo i dati Istat ne avrebbero più bisogno. E ciò avverrebbe perché queste persone non sono cittadini italiani pur risiedendo nel nostro paese e in molti casi contribuendo alla creazione di reddito in Italia nella posizione di immigrati regolari.
D’altronde, una delle parole d’ordine del nuovo esecutivo è “prima gli italiani”. Un’espressione che si alimenta della speranza – a nostro avviso mal riposta – che la Corte di giustizia europea non condanni presto il nostro paese a estendere la misura anche agli altri cittadini europei residenti in Italia.
Rimane che, al netto del marketing politico, si comincia a capire la sostanza del cosiddetto “reddito di cittadinanza”. Con l’esclusione dei cittadini stranieri, la “cittadinanza” – chiusa fuori dalla porta da un disegno di legge che condiziona i trasferimenti di reddito ai meno abbienti alla loro accettazione di una proposta di lavoro – rientrerebbe dalla finestra. Ma lo farebbe nel modo più odioso: alla faccia dell’universalità, si negherebbe l’assistenza a persone povere che hanno i redditi più bassi di tutti nella società italiana.
Viene da chiedersi se davvero gli elettori italiani vogliano tutto questo: un gigantesco esperimento assistenzialistico declinato in modo discriminatorio. Forse sì, sotto la spinta di una recessione sociale che sembra non avere mai fine – soprattutto al sud – e di politci che sfruttano il malessere esistente. Sarebbe però un ritorno in grande stile del vecchio motto: “italiani brava gente”. Meglio sarebbe limitare l’assistenzialismo e promuovere politiche che creino lavoro per tutti, italiani e stranieri.

Massimo Baldini e Francesco Daveri (LaVoce.it)