Se la cassa integrazione è usata contro l’integrazione europea

0
89

L’incongruenza tra Cig in deroga e “reddito di cittadinanza”
Se c’è una possibilità di trovare i soldi per far partire qualche cosa che assomigli al progetto di “reddito di cittadinanza”, è che esso assorba ogni altra forma di assistenza: questo, del resto, hanno sempre predicato tutti i grandi teorici del “reddito di base” universale, da James Meade a Philip Van Parijs. Ora, invece, il governo M5s-Lega per un verso non accenna neppure a tagliare qualche fronda nella giungla delle forme di assistenza già in atto (non una parola sul loro assorbimento nel nuovo sussidio), ma addirittura ne riesuma una che negli anni recenti era stata soppressa: la cassa integrazione guadagni per i dipendenti delle imprese che chiudono.
Lo sta facendo con un decreto-legge intitolato alla “semplificazione”, col quale – secondo le scarne informazioni che si traggono dalle notizie di stampa – tra le altre misure, si consente non solo la proroga della Cig per il 2018 e il 2019 nelle aziende con più di cento dipendenti con problemi occupazionali, ma anche il suo intervento in quelle la cui attività è cessata, che era stato fortemente limitato dalla legge Fornero n. 92/2012 e poi drasticamente escluso dal decreto legislativo n. 148/2015. E tutto questo anche “in deroga”, cioè anche in imprese escluse dal campo di applicazione della Cig, quindi senza copertura contributiva, o comunque al di là dei limiti fissati dalla legge. Che cosa la misura abbia a che fare con la “semplificazione” non è chiaro; ma ancor meno chiaro è come si concili con il programma contenuto nel “contratto” fondativo della coalizione M5s-Lega, e in particolare con il progetto del “reddito di cittadinanza”.
La Cig è lo strumento destinato a tenere i lavoratori legati all’impresa nei casi di crisi temporanea, dissuadendoli dal cercar lavoro altrove, per evitare la dispersione delle loro professionalità. Quando invece non c’è alcuna possibilità che l’azienda riapra i battenti, attivare la Cig è evidentemente un non senso. Peggio: significa tirare i lavoratori stessi in un vicolo cieco, intrappolandoli nella loro posizione di disoccupati, perché si finge che il loro rapporto di lavoro esista ancora e li si disincentiva dal cercare una nuova occupazione regolare. Se il ministro credesse davvero nel progetto del “reddito di cittadinanza”, logica vorrebbe che dicesse ai lavoratori delle aziende che chiudono: “non temete, se non basterà il trattamento di disoccupazione, scatterà per voi il reddito di cittadinanza”. Sta di fatto, comunque, che il ritorno all’abuso di questo ammortizzatore sociale nelle imprese che chiudono significa non volersi cimentare col problema vero, quello della transizione dal vecchio lavoro che non c’è più a uno nuovo.

Una provocazione nei confronti dei nostri interlocutori europei

Nei decenni passati questo modo sbagliato di utilizzare la Cig era una sorta di complemento del regime di job property di fatto instaurato con l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori nelle imprese di dimensioni medio-grandi: al lavoratore che perdeva il lavoro a causa di una crisi aziendale irreversibile si offriva l’illusione che il rapporto di lavoro restasse in vita (l’intervento della Cig consentiva infatti di evitare i licenziamenti), con la prospettiva di rimanere per anni e anni aggrappati al sussidio, fino al cosiddetto “scivolo” verso il pensionamento di anzianità a 55 o 56 anni. Si ricordano casi funesti di Cig erogata per 10, 15 e persino 20 anni di fila. Nel 2012 per la sola Cig “in deroga”, quindi senza alcuna copertura contributiva, l’Inps ha speso poco meno di 700 milioni, dei quali 56,3 in aziende nelle quali l’intervento era in atto da 5 o da 6 anni, 27,5 in aziende nelle quali durava da più di 7 anni fino a 10, e 5,1 in aziende nelle quali l’erogazione era in corso da più di 10 anni (fonte: Inps, giugno 2013).
Perché, dunque, il governo M5s-Lega è così determinato nella scelta di ripristinare l’abuso della Cig? Probabilmente perché la misura – insieme al ritorno indietro rispetto alla riforma pensionistica del 2011 – assume una valenza politica molto forte di rottura del delicato equilibrio negoziato e coltivato dai governi italiani degli ultimi sette anni con la Commissione UE.
Quando, nel novembre 2011, Mario Monti assunse la carica di presidente del Consiglio, uno dei suoi primi atti fu di incontrare il capo del governo tedesco per ottenere il sostegno della Germania alla manovra italiana per superare la gravissima crisi che il nostro debito pubblico stava attraversando. Angela Merkel gli promise l’appoggio, ma gli fece osservare la difficoltà in cui si trovava nel chiedere ai contribuenti tedeschi di condividere i rischi con gli italiani, finché questi ultimi continuavano a fruire diffusamente dei pensionamenti di anzianità all’età media di 58 anni, e finché continuava l’abuso sistematico della cassa integrazione, erogata per anni e persino decenni ai dipendenti di aziende che non esistevano più. Il superamento di queste due gravi anomalie nella struttura della spesa pubblica italiana, negli anni immediatamente successivi, è stato parte non secondaria di un patto che ha consentito al governo italiano di concordare con la Commissione UE spazi di flessibilità del nostro bilancio pubblico rispetto ai vincoli pattuiti nel 2010, e a Mario Draghi di guidare la Banca centrale europea in una manovra monetaria straordinaria, di cui l’Italia è stata la principale beneficiaria.
La scelta che il governo italiano sta compiendo oggi di smontare la riforma del sistema pensionistico e di ritornare all’abuso della cassa integrazione, anche al costo di sottrarre risorse al “reddito di cittadinanza”, si spiega soltanto con una vera e propria aperta provocazione nei confronti delle istituzioni europee. La premessa di uno scontro duro cercato molto spregiudicatamente e con grande evidenza nei fatti, nonostante le quotidiane dichiarazioni di “non voler mettere in discussione l’appartenenza dell’Italia all’UE”.

Pietro Ichino, da http://www.lavoce.info