Quella schizofrenia del governo sulle banche

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La fragilità resta

Come attestano i recenti risultati degli stress-test effettuati dalla Banca centrale europea, le principali banche italiane sembrano brillantemente uscite dalla pesante crisi che le ha colpite lo scorso decennio. Eppure, le recenti quotazioni borsistiche, che meglio scontano il nuovo scenario politico-economico, hanno messo in luce come rimangano l’anello debole del sistema italiano, non solo perché detengono molti Bot e Btp e il loro costo della raccolta in ultima istanza dipende dallo spread sui titoli sovrani, ma anche perché il loro attivo, composto in larga parte da impieghi domestici, è strettamente correlato all’economia italiana.

Negli ultimi sei mesi le quotazioni delle banche italiane hanno mediamente perso oltre il 35 per cento del loro valore, ben più di quanto è successo alle altre banche europee, mentre il loro price to earning (rapporto fra prezzi di mercato delle azioni e utili) si è quasi dimezzato così come il loro price to book (rapporto tra prezzi delle azioni e capitale netto contabile); due indicatori di redditività molto usati.

La spasmodica attenzione verso il sistema bancario trova la sua ragione nel fatto che l’apparato produttivo italiano, composto da piccole e medie imprese con una struttura finanziaria debole, ha un assoluto bisogno del credito bancario sia per effettuare investimenti, che producono i loro effetti nel medio-lungo periodo, sia per finanziare la crescita del fatturato domestico ed estero. Infatti, esiste un divario temporale fra gli esborsi necessari per acquistare gli input produttivi e gli incassi delle vendite, che è indispensabile finanziare con il credito commerciale. La scarsezza di strumenti alternativi non fa che aggravare il problema. A questo si unisce il fatto che le banche italiane custodiscono gran parte del patrimonio finanziario delle famiglie e una loro fragilità immediatamente peggiora le loro aspettative.

In altre parole, la crescita economica, in Italia ancor più che in altri paesi, ha bisogno di un sistema bancario forte in grado di sorreggerla. Non è infatti un caso che per oltre dieci anni la crisi dell’economia italiana sia andata di pari passo con la crisi del sistema bancario. Solo di recente entrambe sono riuscite a sollevare la testa mostrando i primi segni di ripresa.

Banche penalizzate dalla legge di bilancio

Dopo le invettive ideologiche contro le banche che hanno accompagnato la campagna elettorale e il periodo successivo, anche il governo giallo-verde sembra ora essersi accorto sia dell’importanza del sistema bancario ai fini della crescita paese sia della sua fragilità. Alcuni esponenti di spicco si sono persino spinti ad affermare che, in caso di crisi, il governo sarebbe prontamente intervenuto.

Eppure, la legge di bilancio appena trasmessa in parlamento sembra spingere nella direzione opposta. Tra le principali disposizioni in materia di entrata tributarie, prevede infatti il differimento al 2026 della deducibilità ai fini Ires e Irap delle svalutazioni e perdite sui crediti (articolo 83) e il differimento in dieci esercizi della deducibilità delle perdite su crediti in sede di prima applicabilità degli Ifr9 –International Financial Reporting Standard– (articolo 85). Nella nota tecnica, il governo stima di ricavare dalle due norme 2,12 miliardi di euro (0,95+1,17) già nel 2018. Sono due misure che penalizzano le banche italiane rispetto a quelle di tutti i principali paesi del mondo, giacché le norme sottostanti nascono da regolamenti internazionali, quali addendum della Bce della scorsa primavera e nuove norme contabili internazionali.

La promessa poi del governo d’intervenire in aiuto alle banche in caso di difficoltà non appare credibile perché da un lato appesantirebbe ulteriormente il bilancio dello stato, con forti conseguenze sulla stabilità finanziaria del paese, dall’altro entrerebbe immediatamente in contrasto con la normativa europea circa gli aiuti di stato, la quale prevede che a pagare siano prima gli azionisti, gli investitori e depositanti più grandi, cosa che l’attuale governo non ritiene accettabile.

L’azzardo morale e la schizofrenia non sono mai state buone doti di un medico che si occupa di un malato convalescente, anche se si tratta di un medico del popolo.

Rony Hamaui, da www.lavoce.info.it