Duecento giorni facendo danni per l’economia sono troppi

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Gli orribili primi duecento giorni…

Tre mesi fa, dopo i primi cento giorni del governo del cambiamento scrissi su questo sito un pezzo che era già tutto contenuto nel suo titolo: cento giorni senza far niente per l’economia sono troppi. Osservavo che con segnali di rallentamento dell’economia evidenti già a inizio anno i vice premier e i loro “consiglieri economici” avevano preferito baloccarsi con chiacchiere estive da social network sull’uscita dall’euro e altre idee futuribili piuttosto che provare a riflettere su come sostenere l’economia in modo pratico senza scassare i conti e far ripartire lo spread. Il pezzo coglieva necessariamente solo una parte delle conseguenze del governo attuale per l’economia. D’altronde dopo 100 giorni come giudicare già un governo che arrivava dopo – si diceva – decenni di malgoverno?
Ora di giorni ne sono passati duecento e qualcosa di più si è visto. In particolare è diventato più chiaro che il nuovo governo non si è limitato a non fare nulla ma ha anche già fatto molti danni. Ci sarà tempo per valutare con attenzione gli effetti sul mercato del lavoro del cosiddetto “decreto dignità” (per non rassegnarsi alla rifondazione del vocabolario effettuata in questi mesi bisogna sempre aggiungere un “cosiddetto” prima di riportare la denominazione delle politiche in via di attuazione) così come dell’ottovolante dello spread di queste settimane sul costo del credito per le aziende e sul costo e sulla disponibilità di mutui per le famiglie.

…hanno già lasciato un segno tangibile sull’economia

Ma l’economia intanto sta già mandando segnali chiari e forti. I dati del terzo trimestre di quest’anno dicono che il Pil è leggermente diminuito rispetto al trimestre precedente. Quando era uscita la stima preliminare dell’Istat sul terzo trimestre il premier Giuseppe Conte si era affrettato a precisare che l’Italia stava rallentando “ma non per colpa nostra”. È l’Europa che rallenta, diceva l’autoproclamato “avvocato difensore del popolo”. I dati definitivi del terzo trimestre raccontano una storia differente. Il calo del Pil viene dal calo della domanda interna privata, cioè dal calo degli investimenti e dal calo dei consumi, sia di quelli durevoli che di quelli non durevoli, mentre la componente estera è tornata a crescere (+1 per cento circa rispetto al trimestre precedente, dopo due trimestri molto negativi).

Questi pochi numeri contraddicono le affermazioni del premier Conte. Non è proprio tutta l’Europa che rallenta, ma solo l’Italia e la Germania, mentre ad esempio Francia e Spagna – come il resto del mondo – continuano a marciare, il che non descrive un quadro di un’Europa o di un mondo che sta entrando in recessione. Chi rischia di entrare in recessione è l’Italia. I brutti numeri della Germania (-0,2 per cento rispetto al trimestre precedente per il Pil tedesco) frenano sicuramente il nostro export. Ma rimane che l’export italiano del terzo trimestre è andato bene. Mentre ad andare male sono consumi e investimenti, ad alimentare i quali sono le aspettative. E le aspettative delle imprese e dei manager che fanno gli acquisti (nel grafico sotto) sono negative da mesi e il loro segno meno si è appuntito nel mese di ottobre. Il che non promette niente di buono per il quarto trimestre dell’anno.
Se è la domanda interna che va male (a differenza che negli anni passati), mentre la domanda estera è tornata a riprendersi viene il sospetto che ci sia qualcosa che è stato fatto in questi mesi che non è stato ben accolto da famiglie e imprese quando prendono le loro decisioni. Un segno che la proposta di legge di bilancio non è stata un macigno solo sullo stomaco dell’Europa e dei mercati ma anche su quello del popolo italiano che si vuole tutelare a parole ma non nei fatti.

Ma non è troppo tardi per rimediare

Non è troppo tardi però per scrivere una vera “manovra del popolo”. Bisogna prima di tutto tornare indietro sui numeri del deficit mandati in Europa, riducendo al 2 per cento quello per il 2019 e indicando un rapido ritorno a un sentiero di riduzione del deficit strutturale. Nel farlo bisogna poi scrivere numeri più credibili per la crescita che si può plausibilmente ottenere con gli attuali chiari di luna. Con una politica di bilancio più prudentemente espansiva per il 2019 scenderebbe un po’ lo spread e soprattutto la borsa potrebbe recuperare. Non ci sarebbe bisogno di predisporre muscolari piani di salvataggio per le banche. Certo bisognerebbe rinviare il vaste programme della cancellazione della povertà a un’altra data, ma almeno famiglie e imprese potrebbero guardare al Natale e alla fine del Qe della Bce con maggiore serenità. Sarà una missione impossibile?

Francesco Daveri, da lavoce.info