Franco Cambi ricorda Brambilla

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Ricordo di Gino Brambilla
“Nonna, guarda che coscione ha quell’omo!”, l’esclamazione mi uscì spontanea di fronte alla massiccia figura di Gino. Gino si girò e mi sogguardò, facendomi anche una discreta paura. Era la prima volta che lo vedevo, avevo, sì e no, cinque anni ma lui era già una figura perfettamente inserita nel paesaggio umano della Portoferraio anni ’60. L’avrei rivisto ancora molte volte e se oggi faccio l’archeologo e insegno archeologia dipende soprattutto da lui e dalla passione che ha saputo trasmettermi quando avevo quattordici anni e partecipavo alle sue gite a San Martino, al Cocchero, ai Sassi Ritti… Se, quaranta anni dopo, sono tornato all’Elba da archeologo è merito o colpa anche sua, oltre che della mia cara allieva Laura Pagliantini, che ha scelto di svolgere sull’archeologia elbana la sua tesi di dottorato di ricerca.
Chiunque abbia operato all’isola nel settore del patrimonio ambientale e culturale sa di avere con Gino Brambilla un grande debito. Gino è stato l’uomo delle innumerevoli scoperte, segnalazioni, recuperi, iniziative di tutela al servizio della Soprintendenza, per conto della quale è stato a lungo Ispettore Onorario all’Isola, in anni lontani (e difficili per la tutela) assumendo spesso responsabilità gravose a difesa del patrimonio archeologico, in terra e in mare. Ha scritto di lui Silvia Ducci, archeologa della Soprintendenza responsabile per l’Elba: “storico ispettore onorario (al quale non saremo mai abbastanza grati per aver recuperato e evitato la dispersione di tanti reperti, e per aver messo a disposizione degli studiosi, con grande generosità, il suo archivio dei dati)”…
Gino ha sempre collaborato con tutti i gruppi di ricerca universitari, da quello guidato da Orlanda Pancrazzi negli anni ’70-’80-’90 fino ad arrivare a noi. Gino era capace di fare kilometri su un sentiero per fotografare una fioritura di orchidee spontanee in un certo posto che solo lui conosceva.
Gino è stato un precursore anche nel tentare di bonificare la frattura artificiosa, oggi dannosa, fra patrimonio ambientale e patrimonio culturale. Non a caso l’associazione da lui fondata si chiamava “Gruppo Archeologico Naturalistico Elbano”. Per onorare la sua memoria dovrà anche lavorare per arrivare a intendere l’Isola, e l’arcipelago, come un universo composito ma integrato.
Attorno alla sua figura e al suo ricordo si addensano tanti ricordi, e sono fioriti e fioriranno tanti aneddoti. E’ stato un uomo di parte, che ha sempre detto come la pensava senza inutili intermediazioni, un carattere deciso e a tratti spigoloso, ma capace anche di singolare dolcezza con le persone che più gli erano care e generoso sempre. Ha detto Alessandro Corretti: il suo cuore era come le sue mani, capaci di piegare barre di acciaio e di ricamare fiori di vetro.
La sua attività di animazione culturale e di divulgazione scientifica è stata per molti aspetti avanzata rispetto ai suoi tempi: lo potremmo quasi definire un archeologo pubblico. Le sue interessanti conferenze erano regolarmente corredate da diapositive a colori e la sua presenza è stata per molto tempo una presenza fissa e instancabile nelle scuole e nelle associazioni culturali elbane.
Per le attività di archeologia sperimentale sui minerali di ferro, Gino è stato, a pieno titolo, un precursore. Sono memorabili certe lezioni di archeometallurgia impartite a illustri specialisti del settore, italiani e stranieri.
Totalmente autodidatta, appassionato, uomo libero, curioso, intelligente, competente in vari artigianati (gli amici più intimi conservano piccoli capolavori da lui soffiati nel vetro), aveva costituito un ampio e documentato archivio archeologico che metteva a disposizione dei giovani studiosi per i quali ha sempre mostrato spirito di collaborazione e affetto (a partire da Alessandro Corretti, ormai molti anni fa, per arrivare a Laura Pagliantini).
Le sue schede, i suoi appunti e le sue fotografie sono una preziosa eredità per la comunità elbana: i segni lasciati da un uomo alla terra che lo accolse e che lui ha sempre profondamente amato.
Se la sua vicenda terrena si ferma in questo inizio di 2019, la sua storia e il suo ricordo sono destinati a continuare.
Se è vero che isolani si diventa e che spesso gli isolani acquisiti finiscono per amare uno scoglio battuto dai venti più di molti isolani autoctoni, ebbene, Gino è stato un elbano autentico.

Franco Cambi