Reddito di cittadinanza: la fretta è nemica dell’efficacia

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Così è cambiato il reddito di cittadinanza

Da anni il reddito di cittadinanza è il cavallo di battaglia del M5s, eppure la misura che è stata approvata il 17 gennaio dal Consiglio dei ministri è molto diversa da quella inizialmente immaginata dal movimento. Lo stesso nome ci ricorda questa evoluzione. Nel dibattito economico e filosofico, infatti, il reddito di cittadinanza è un trasferimento universale dato a tutti, ricchi e poveri, cioè un basic income incondizionato. Una misura ancora utopistica, pensata per un mondo in cui il progresso tecnologico avrà spazzato via molti posti di lavoro.

Il reddito di cittadinanza varato dal governo Conte è invece un reddito minimo molto selettivo: è riservato solo ai poveri in cambio di precisi impegni di reinserimento lavorativo e sociale. Da un reddito per tutti siamo quindi passati a un reddito solo per alcuni, come si fa negli altri paesi europei. Dal 2018 l’Italia ha già, per questo scopo, il reddito di inclusione (Rei), che in aprile cesserà di esistere. Anche sulla platea interessata ci sono stati molti cambiamenti negli anni. In un disegno di legge M5s del 2013, il target era la povertà relativa definita secondo le regole Eurostat (reddito inferiore al 60 per cento della mediana nazionale), cioè circa il 20 per cento delle famiglie italiane (5 milioni). L’obiettivo era portare tutti i redditi al livello della soglia di povertà relativa, che guarda caso per quell’anno valeva 780 euro al mese per una persona sola. Una misura del genere sarebbe costata però circa 30 miliardi, quindi si pensò a una riduzione del trasferimento per i tanti poveri che in Italia possiedono l’abitazione. E così la platea teorica si ridusse a 2,8 milioni di famiglie, per un costo di circa 15 miliardi di euro all’anno. Ma si trattava di una somma ancora superiore alle possibilità del governo, così dopo un lungo braccio di ferro con la Commissione europea siamo arrivati all’attuale stanziamento di 6 miliardi nel 2019 (circa 8 a regime negli anni successivi, quindi 6 aggiuntivi considerando i 2 del Rei).

È una spesa in deficit che l’anno prossimo richiederà l’aumento dell’Iva o altre misure restrittive equivalenti. Non avrà quindi un grande effetto espansivo. La platea prevista si è ristretta a 1,7 milioni di famiglie, che corrispondono al numero dei nuclei in povertà assoluta (non relativa) in Italia. Ma la soglia di accesso per una persona sola è rimasta a 780 euro al mese, un numero simbolico che non si poteva cambiare. Come si può mantenere una soglia calcolata secondo il criterio relativo (780 euro al mese) se si vuole però raggiungere una platea molto più piccola? Se si è molto generosi con i nuclei di una sola persona, lo si deve essere meno con quelli numerosi, e infatti la scala di equivalenza prevista è piuttosto bassa. L’importo del trasferimento non è comunque in sé eccessivo, in media circa 500 euro al mese per famiglia.

I dubbi sulla misura

Dopo la storia, vediamo i principali problemi.

C’è anzitutto la discriminazione a danno degli immigrati, con il vincolo di almeno dieci anni di residenza. Evidentemente i poveri non sono tutti uguali. Le famiglie degli stranieri sono quelle con il maggior numero di minori. Costringere in povertà molti bambini oggi significa avere più disagio sociale e meno lavoratori produttivi domani.

È poi evidente una certa confusione sulla relazione tra lavoro e povertà. In una completa giravolta concettuale, una misura concepita per accompagnare le persone verso una nuova società libera dalla dittatura del lavoro è ora invece interpretata proprio come uno strumento di accompagnamento al lavoro: hai diritto al trasferimento solo se sei disposto a lavorare. La condizione di povertà è vista come derivante dalla mancanza di lavoro.

Certo, il decreto prevede due percorsi di reinserimento, quello lavorativo e quello sociale per chi non può lavorare, ma resta molto forte l’impronta lavoristica. Si trascura il fatto che molti poveri già oggi lavorano e che molti disoccupati non sono poveri, perché inseriti in contesti familiari in cui vi sono altri redditi. La mancanza di lavoro è un connotato individuale, mentre la povertà è un fenomeno familiare. L’incertezza tra dimensione individuale e dimensione familiare resta nel decreto, con il rischio di produrre confusione tra politiche contro la povertà economica, politiche a favore dei working poor (lavoratori poveri), politiche attive e interventi contro la marginalità sociale dovuta ad altre cause (salute, devianze o altro).

Quante saranno davvero le domande? Circa 3 milioni di dichiarazioni Isee sono inferiori a 9 mila euro; non tutti faranno domanda, ma molte famiglie potrebbero presentare per la prima volta la dichiarazione Isee proprio per beneficiare della nuova misura. Il reddito di cittadinanza è definito come livello essenziale delle prestazioni, ma il decreto dice che se le domande supereranno le risorse disponibili tutti gli importi saranno abbassati, anche quelli dei primi beneficiari. Una bella contraddizione.

Il governo stima che quasi la metà delle domande proverrà dalle regioni del Centro-Nord, ma finora il 70 per cento dei beneficiari del Rei risiede nel Sud. L’esclusione di molte famiglie straniere accentuerà la distorsione a favore delle regioni meridionali. Il Rei va inoltre soprattutto a nuclei di una sola persona. Sarebbe un problema se il fenomeno si ripetesse per il reddito di cittadinanza, perché la povertà negli ultimi anni è aumentata soprattutto per i giovani (e per gli stranieri).

I centri per l’impiego saranno davvero in grado di gestire una tale massa di domande? O tutto finirà per risolversi in un semplice trasferimento monetario di fatto privo di condizioni, se l’amministrazione pubblica non riuscirà a controllare e attivare i beneficiari? La procedura per la gestione delle domande cambia radicalmente rispetto al Rei: si ridimensiona il ruolo dei comuni e del terzo settore, nonostante molte famiglie coinvolte abbiano bisogni complessi.

Tutti questi dubbi ci dicono che il principale problema sta nella fretta. Dall’anno scorso esiste il reddito di inclusione, molto meno generoso e con un costo di circa 2 miliardi. Su un tema così delicato e in un contesto così difficile come quello italiano, dove sono molto diffusi lavoro nero ed evasione fiscale, e dove l’amministrazione pubblica non ha certo un’efficienza tedesca, sarebbe stato più saggio incrementare per tappe successive gli importi e la platea raggiunta dal Rei, valutandone attentamente gli effetti nei tanti ambiti coinvolti. Nel giro di 3-4 anni si sarebbe potuto arrivare a tutti i poveri assoluti, contenendo il rischio di possibili effetti indesiderati. Invece si cerca di fare tutto in poche settimane.

Massimo Baldini, da www.lavoce.info