Medico della peste

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Mi muovo con passo svelto per le strade deserte. Il sole è sorto già da alcune ore, ma non ci sono bambini che giocano, venditori fuori dalle botteghe e donne alle fontane. Tutto è silenzio qui a Firenze, a eccezione di un sinistro tintinnare in lontananza: sono i campanelli legati alle caviglie e alle cinture dei monatti, gli addetti pubblici che si occupano della raccolta a domicilio dei cadaveri degli appestati. Loro sono già sopravvissuti una volta al morbo e non possono riammalarsi, ma devono avvisare la gente del loro passaggio. L’epidemia di peste bubbonica, che imperversa dall’inizio di marzo di questo terribile 1348, è cominciata a Messina lo scorso ottobre, si è diffusa a Napoli, Genova, Venezia e Pisa e da lì è dilagata nell’entroterra. Sono un medico e in questi sei mesi ho visto morire migliaia di uomini, donne e bambini di ogni ceto, con il corpo violaceo segnato da pustole e bubboni. Scenario di morte. Mi fermo di fronte alla porta dei Cipolloni: li ho visitati ieri e non se la passavano bene. Busso piano, nessuno risponde. Entro e un ratto sbucato da un angolo corre fuori, passandomi tra le gambe. Quando i miei occhi si abituano alla penombra, scorgo marito e moglie a letto: sono morti entrambi. Fortuna che mi sono fatto pagare in anticipo! Non mi avvicino: esco in strada e avviso un monatto che c’è del lavoro per lui. Poco più avanti mi aspetta la famiglia di Guido Montaiuti: miracolosamente, in casa sua nessuno si è ammalato. Mi limito a ripetere le solite raccomandazioni: “Difendetevi dal freddo e dall’umido, bruciate piante aromatiche in casa, non mangiate frutta, pesce e latticini o, meglio ancora, digiunate. Masticate erbe o scorza di cedro e lavatevi spesso la bocca, il viso e le mani con l’aceto”. Grati, mi pagano profumatamente. Metto i soldi nella scarsella e proseguo il mio lento giro. Non aprite quella porta. Ho molto lavoro da fare, perché la maggior parte dei miei colleghi è scappata o se ne sta rintanata in casa. In fondo li capisco: temono il contagio, come tutti, perché ancora nessuno ha capito come si diffonde il malanno. Volete sapere la mia teoria? La colpa è dei miasmi, del fetore dei cadaveri che penetra nei polmoni e fa andare in putrefazione ciò che incontra. Perciò indosso questa maschera bianca: lo so, è un po’ inquietante, ma fa il suo dovere. Le aperture degli occhi sono coperte da lenti di vetro, mentre il lungo becco ricurvo, che ha due aperture per il naso, è pieno di fiori secchi, erbe e spugne imbevute di aceto per disinfettare l’aria che respiro. Non a caso, la gente ci chiama “medici con il becc…” oooh! Un sasso mi ha appena sfiorato la nuca! “Via di qui, menagramo! Sono quelli come te a diffondere la peste, per guadagnare sulla nostra pelle…”, mi grida contro un uomo, dall’altra parte della strada. Preoccupato, allungo il passo e finisco in mezzo a una processione. I fedeli sfilano nei loro sai bianchi frustandosi con il flagello, un bastone da cui pendono tre corde con nodi attraversati da spine di ferro: sono convinti che la pestilenza sia stata mandata da Dio per punire i peccati degli uomini e cercano di espiare le loro colpe per porle fine. Futuro incerto. Termino il giro di visite nel pomeriggio: l’odore che ho nel naso comincia a nausearmi e non ho neppure mangiato, per evitare cibi contaminati. Una volta a casa, mi spoglio, mi strofino con l’aceto e metto qualcosa nello stomaco. Poi mi butto a letto. Chiudo gli occhi e nel silenzio spettrale mi torna in mente la cantilena disperata di una donna che ho visto poco fa, seduta sui gradini di una chiesa. “Nessuna campana suona e nessuno piange. È la fine del mondo, è la fine del mondo”. Se domani sarà ancora lì, le darò un fiorino d’argento. Se sarà ancora lì. (da “Focus Storia”, marzo 2019)